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Jammin e dintorni, Berbeda, foto di nudo,

mi si è sbudellata la fiducia che temevo

tenuta appesa alla polvere, mandibolando

genitali e sacche di liquido, simbiotica la madre

che rimette in moto la storia ad ogni storia

era lì già che la flirtava che la scaldava

con un amico ennesimo dell’amica architetto

che compì sesso a tre parigino che faceva danzare

il ventre ancheggiando estrema e poi è rimasta incinta

sapendo davvero solo lei, seme del disperso seduttore,

dolce sperma che viaggia, è stato un lunghissimo sogno

inquieto una notte lunga quattro anni e mezzo e anche sei,

mi ha fecondato d’incubi la donna dai cicli dolorosi,

di pianti eco evocazione messa in scena delle traumatiche

vicende della sua progenitrice ridotta a risucchiare dignità

sentimento agli ingenui eccitando furiosamente gli ambiziosi,

icona infedele enigma erotizzato miscela misteriosa bambina

filosofa del boudoir schematica spudorata sensibile senza freno

inchinata e irta intatta e modellata da tutti, conquista di uno

soltanto, irascibile colta dialettica complice ludica lubrica

luttuosa oliata e asciutta, professorale e allieva aperta spalancata

bruciante abrasa accessibile vociante e amante del silenzio assoluto,

solarizzata e affissa posterizzata dentro mercedes, nei bagni dei bar,

dei cinema, delle discoteche, dei tribunali, delle scuole, di case a dare

lezioni a domicilio privata docenza di labbra molli di pancia percorsa

da orde da lordure di maschi svegli alle quattro a far cantare il gallo

nelle fessure più umide e buie, negli antri di libido dove lei domina

incontrastata, pare questa vendetta dell’ultimo rifiuto, unico,

la colonizzatrice miete ancora vittime per inesausto godimento

e ci proietto ogni ora che passa il possibile contorno della mia immacolata

perversione.

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