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Narrativa

di Piggì

(Favole raccontate dai nipotini per fare addormentare i nonni)

1 – C’era una volta nonna Rina, che viveva in una grande casa con il suo unico nipotino Carletto e con i genitori di Carletto: papà Simone e mamma Vermiglia.
Papà Simone era ingegnere e stava sempre all’estero per lavoro. Carletto lo poteva vedere solo tre volte all’anno – a Natale, a Pasqua e nelle ferie estive – mentre mamma Vermiglia era una donna in carriera, sempre impegnata in affari e convegni.
Carletto quindi passava i suoi giorni con nonna Rina, che aveva cura di lui e non gli faceva mancare niente. Anche Carletto amava molto la nonna e si preoccupava ogni volta che la vedeva poco allegra, preoccupata o pensierosa.
Aveva 5 anni e frequentava l’ultimo anno della Casa delle Fate. La Casa delle Fate era l’asilo locale. Le Fate erano le 3 maestre, mentre tutti i bimbi erano gnomi e folletti. Carletto era già un bambino molto diligente, sveglio per la sua età e per questo era diventato capo-gnomo.
Mamma Vermiglia portava Carletto ogni mattina alla Casa delle Fate, mentre nonna Rina lo andava a prendere, per riportarlo a casa, a metà pomeriggio. Tornavano a casa a piedi perché la strada non era molta.
Dovevano però attraversare la piazza principale del paese, con un grande parcheggio pieno di extracomunitari. Gli extracomunitari presidiavano tutti gli angoli della piazza; si avvicinavano minacciosamente, con la loro cassetta a tracolla, agitando accendini e altri oggetti, con petulante insistenza. Carletto allora si stringeva alla nonna, cercava di affrettare il passo tirandola per un braccio.
Gli extracomunitari lo impressionavano. Ed ogni, volta, giunti a casa, Carletto, non si dava pace e sempre confidava alla nonna la sua apprensione.
“Nonna, nonna! Stai attenta quando devi attraversare la piazza da sola. E’ piena di uomini neri!”
“Non c’è nessun pericolo, Carletto! Ma che dici!”
Era anche colpa sua se il nipotino manifestava queste paure. Gli uomini neri della piazza, erano la materializzazione degli uomini neri che la nonna nominava ogni volta che il nipotino faceva capricci. Erano le creature che arrivavano per punire i bambini cattivi che non volevano mangiare la verdura o che non volevano fare la nanna.
La nonna si era più volte adoperata a spiegare al nipotino che i vuccumprà non erano cattivi. Ma oramai la frittata era stata fatta e il nipotino aveva una istintiva paura di tutti le persone con la pelle scura.
La nonna allora si era inventata un’altra storia. Aveva mostrato a Carletto che i vuccumprà non erano tutti neri allo stesso modo: c’era chi era più nero degli altri, l’Uomo Nero, quello che spaventava i bambini, era davvero nerissimo, ancora più nero di loro. Il nipotino si tranquillizzò un poco, e nessun vuccumprà gli sembrò più così nero come prima.
Nonostante questo, ogni volta che la nonna doveva uscire, da sola, per recarsi a prendere la pensione con il suo bel borsellino colorato in mano – il “cestino della pensione”, come lo definiva scherzosamente – Carletto si allarmava e non cessava di farle mille raccomandazioni.
“Nonna stai attenta! Nonna non parlare con nessuno, soprattutto se nero: potrebbe essere il lupo cattivo travestito, come nei Tre Porcellini!”
“E se invece l’uomo fosse rosa?” – scherzò un giorno la nonna – “Sarebbe allora come noi?”
Carletto, rimase lì per lì in sospeso un po’ dubbioso. E poi, con lo sguardo furbetto rispose: “Potrebbe essere anche uno dei Tre Porcellini travestito. Tu nonna, comunque non fermarti!”
2. Un giorno, Carletto, invece della solita raccomandazione “nonna, stai attenta” si avvicinò alla nonna, che già stava uscendo con il Cestino della Pensione in mano, reggendo tra le mani una grande parrucca rossa.
“Che fai con la parrucca della mamma, Carletto? Valla a posare, subito!” – lo sgridò la nonna.
Ma Carletto aveva una sua idea: una idea che gli era venuta dopo avere visto qualche cartone o forse durante le prove della recita di fine anno che si preparava alla Casa delle Fate.
“Nonna, mettiti la parrucca! Non fare i capricci!”
“Perché dovrei mettermi la parrucca? Non voglio mettere la parrucca della mamma! Valla subito a posare.”
Ma Carletto continuò ad insistere e cercò di illustrare alla nonna l’idea che gli era venuta, con parole confuse, ma di cui si capiva il senso:
“Il vuccumprà cattivo, quello più nero degli altri, è nascosto nella piazza ad aspettare che tu passi, nonna, per mangiarti la pensione. Ma se tu metti la parrucca, lui non riconoscerà che sei te, nonna, che passi e quindi potrai tornare a casa sana e salva”.
La nonna non ne voleva proprio sapere ed incominciò anche ad alzare la voce. A quel punto, nemmeno Carletto si tirò indietro. Accettò la sfida e si mise a piangere e a strillare con tutto il fiato che aveva, organizzando il capriccio meglio riuscito della sua carriera di bimbo.
Da alcuni rumori che salivano dalle scale, la nonna sospettò che gli strilli di Carletto stessero allarmando i vicini, per cui per fare cessare tutto quel frastuono, accettò, se pur a malincuore, di indossare la parrucca.
Per la fretta, la nonna indossò la parrucca troppo rapidamente. E subito apparve al nipotino irriconoscibile, per certi aspetti una figura minacciosa, tanto che Carletto si spaventò e, oltre a strillare, si mise a correre via per tutta la casa gridando più forte.
La nonna si tolse la parrucca cercando di tranquillizzare il nipotino e disse: “Sono io, sono io! Non mi riconosci?”
Il viso del bambino a quel punto si illuminò con sorriso: un sorriso che si trasformò presto in una sonora risata.
La nonna, a quel punto, cessato l’allarme, si mise nuovamente la parrucca rossa, con mossa lenta. Il nipotino, non smise più di ridere: “Adesso chi sei? Chi sei, nonna?”
“Sono Parrucchetto Rosso! Parrucchetto Rosso! Buuuh!” – rispose la nonna che incominciava a divertirsi. Era la prima parola che gli era venuta in mente.
E il nipotino si mise a ridere ancora più forte: “Parrucchetto Rosso! Parrucchetto Rosso!”
3. E così fu che ogni mese, il giorno 15, giorno del pagamento della pensione, la nonna indossava la parrucca rossa, si ornava con belletti e profumi, così da sembrare quasi giovane e irriconoscibile, scendeva in strada e percorreva il tratto che portava alla piazza dove stava l’ufficio postale. La gente la identificava facilmente ormai a causa del colore sgargiante della sua parrucca e quando passava la salutava, usando il nomignolo che essa stessa si era data: “Buongiorno, Parrucchetto Rosso!”
E lei rispondeva ad ogni saluto: “Buongiorno! Buongiorno”.
Non le dava fastidio quel nomignolo. In fondo non era lei. Parrucchetto Rosso era un’altra cosa. Anzi, il fatto stesso che la gente non la riconoscesse più come nonna Rina, la divertiva e le dava più sicurezza – un senso di protezione. Aveva ragione il suo caro nipotino!
Ma un giorno, mentre Parrucchetto Rosso imboccava la stretta via che portava alla piazza dell’ufficio postale, con il suo borsellino in mano, si trovò improvvisamente davanti un signore, elegantissimo, vestito con un completo giacca e pantaloni bianchi. Anche la pelle era tutta bianca, al punto che Parrucchetto Rosso ritenne di non correre alcun rischio intrattenendosi con uno sconosciuto, nonostante le raccomandazioni del nipotino.
“Buongiorno Parrucchetto Rosso. Dove stai andando così di fretta e di buon mattino?” – le domandò lo sconosciuto con voce suadente e con tono amichevole.
Parrucchetto Rosso si sentì lusingata per essere stata chiamata con quel nome con tono gentile dal suo interlocutore.
“Sto andando a riscuotere la pensione!” – rispose con molta ingenuità.
“Ahi, sì? Brava, brava! E dove vai a riscuotere la pensione?” – continuò il signore sempre con tono gentile.
“Vado nell’ufficio postale, quello che sta proprio dall’altro lato della piazza”.
“E dimmi dimmi … Quant’è l’importo della pensione? Non sono tempi buoni questi, per i pensionati!”
Parrucchetto Rosso, stimolata da una domanda che gli consentiva di dare sfogo alle sue lamentazioni, non si trattenne. Dimenticò ogni prudenza, dimenticò le raccomandazioni del saggio nipotino, e incominciò a parlare come un fiume in piena.
“Pensi, signore! Io prendo 1.100 euro di pensione! Dopo 58 anni di contributi! Che sarebbero poi 59, perché un anno non me l’hanno tenuto buono. E sa quanto mi tirano via di tasse? Più del venti per cento! Ci avevano promesso l’aumento! Sarebbero stati 1.145 euro. Prima ce l’hanno dato, l’aumento, e poi ce l’hanno tolto! E sa perché ce l’hanno tolto? Perché devono dare i soldi agli extracomunitari! I politici sono tutti ladroni …”
Parrucchetto Rosso parlava, parlava, senza nemmeno notare che il signore di fronte incominciava a dare segni di impazienza. Infine, approfittando di una pausa che la nonna si era presa per mancanza di fiato, riuscì a congedarsi, anche con una buona parola:
“Vedrà che quest’anno sarà meglio! Buona giornata, Parrucchetto Rosso!”
“Grazie, gentile signore! Buona fortuna anche a lei Speriamo!”
Il distinto signore sparì improvvisamente quasi si fosse volatilizzato nell’aria. Parrucchetto Rosso lo cercò con gli occhi ma non riuscì più ad individuarlo tra la gente che si muoveva avanti e indietro verso la piazza.

4. O povero Parrucchetto Rosso! Era caduta nella trappola. Essa, non poteva sapere che il distinto signore, elegante e tutto bianco, era in realtà un extracomunitario nero che si era cosparso di borotalco!
Dopo avere lasciato Parrucchetto Rosso, l’extracomunitario si riparò dietro all’angolo della strada. Si tolse velocemente il vestito bianco e lo ripose nel sottofondo della sua cassetta dove teneva le mercanzie. Sotto il vestito bianco indossava la tipica tuta da immigrato. Altrettanto velocemente si tolse dal volto e dalle mani tutto il borotalco che si era messo per sembrare bianco e in quattro salti, facendo il giro dall’altro lato della piazza si appostò proprio davanti all’ufficio postale, mettendo in mostra tutta la sua offerta di stringhe per scarpe, fazzoletti e accendini. Vucumprà! Vucumprà!
Intanto anche Parrucchetto Rosso era arrivato davanti all’Ufficio Postale. Rimase sorpresa nel vedere un uomo nero appostato proprio vicino ai gradini dell’ufficio. Che strano! Era la prima volta che ne vedeva uno fermo in quel posto.
Sostò un attimo, indecisa.
“Forse è meglio tornare indietro” – pensò.
Non era il caso! Con la sua parrucca rossa non poteva essere riconosciuta come pensionata. Non avrebbe avuto niente da temere. Entrò dunque decisa nell’ufficio postale con un gran sorriso sulle labbra.
Dopo la solita lunga attesa, riscosse finalmente la sua pensione: 1.100 euro di banconote fruscianti.
Uscì con prudenza, guardandosi attorno. Toh, anche il vuccumprà era sparito. A quel punto si senti ancora più tranquilla e non sentì nemmeno il bisogno di nascondere il borsellino in seno, come spesso faceva.
Con animo sereno si accinse ad attraversare la piazza per fare ritorno a casa.
Ma ecco, giunta quasi al centro della piazza, all’improvviso, ebbe la sensazione di percepire un rumore come di un battito d’ali, come un soffio di vento leggero che solitamente precede l’arrivo di un bolide. Ed ecco infatti! Appena il tempo di scorgere un’ombra nera che si avventava su di lei, che subito si trovò a terra, come se fosse stata buttata.
“Aiuto, aiuto! Al ladro! Al ladro!” – gridò con tutto il fiato che aveva.
“Aiuto, aiuto!” Vedeva tutto confuso intorno per lo spavento. Le sembrava che il mondo girasse e che la distanza tra le membra del corpo si fosse accresciuta: una gamba da una parte, una gamba dall’altra, un piede di qui, un piede di là.
Sentì un vociare di folla che si avvicinava. Poi una serie di voci.
“Signora, si alzi, si alzi! Tranquilla! Non è successo niente!”
“No, no! Stia giù! Stia giù!”
“Arriva l’ambulanza!”
Ma a Parrucchetto Rosso che, dopo lo spavento, si era riavuta con la piena coscienza di essere nonna Rina (non più Parrucchetto Rosso!), importava un’altra cosa.
“La mia pensione! La pensione! Me l’hanno presa!” – bisbigliò nonna Rina mettendosi a piangere.
Immediatamente questo bisbiglio e pianto si amplificò nell’ira della folla.
“Ladri! Ladri!” – un grido salì ovunque in parte coperto dall’urlo dell’ambulanza.
L’ambulanza piombò sulla scena come un falco e subito si precipitò su nonna Rina, che fu tosto afferrata e infornata nel mezzo.
“La pensione! La pensione!” – bisbigliava nonna Rina
“Attenti al femore! Il femore!” – gridavano i soccorritori mentre spingevano la barella!
“A morte gli extracomunitari!” – gridava la folla, che però ben presto sembrò distrarsi dall’evento, attratta dall’esito delle ultime estrazioni del lotto esposte nella vicina tabaccheria.

5. Nonna Rina arrivò al Pronto Soccorso a sirene spiegate, seguita dalla macchina della polizia. Non ci fu bisogno di nessun esame particolare. Tutto era a posto!
“La nonnetta ora può tornare a casa, più sana di prima!” – così sentenziò il primario di fronte a tutti gli infermieri, riscuotendo il loro pieno consenso.
Non era così semplice. Era necessario denunciare il furto e l’aggressione subita.
Raggiunse il posto di polizia a lato del pronto soccorso, dove ebbe modo per la prima volta di raccontare per filo e per segno la sua brutta avventura.
Alla fine del racconto, l’agente le presentò alcuni oggetti che erano stati raccolti sulla scena del crimine. Glieli mostrò e subito nonna li riconobbe.
“Questa è una collanina, e questo l’orologio che abbiamo trovato a terra. E’ roba sua?”
Erano le sue cose.
“… E questo dovrebbe essere il suo borsellino…”
“Il mio borsellino?” – balbettò incredula nonna Rina.
“E’ il borsellino che abbiamo trovato a terra …non è suo?”
Nonna Rina guardò il borsellino sempre più confusa. Disse subito di sì. Era proprio il suo e, seppur da lontano, non le sembrava per niente vuoto.
Lo afferrò e lo aprì con il batticuore.
I soldi c’erano! C’erano! Alla loro vista si mise a piangere.
“La pensione! La pensione! Grazie! Grazie!” E giù lacrime.
“Ma di che?
Non sapeva più chi ringraziare, sentendosi anche benedetta dalla buona sorte. Si stava anche congedando, quando fu fermata dalla voce imperiosa del Commissario che si era affacciato sulla porta.
“Non se ne vada! Per fare una denuncia per rapina dobbiamo pure denunciare il furto di qualcosa. Guardi bene!”
“Signore agente, a me non pare manchi nulla!”
Il Commissario incominciò a farsi buio in fronte. Il suo accento diventò ancora più siciliano.
“Allora, signora Rina! Se non le hanno rubato niente … Come si spiega questa aggressione? Eh? Eh? Magari lei è caduta per conto suo! Sarebbe una simulazione di reato!”
La nonna non capì, ma si sentì intimidita da quel tono meridionale. Balbettò una serie di “non so” che insospettirono ancora di più il poliziotto che incominciò a fregarsi il naso sempre più nervosamente.
“Non so commissario. Anch’io non capisco.”
“Anche noi non capiamo, signora! Oppure non ci vuol dire che cosa le hanno rubato? Che cosa le hanno rubato? Non ce lo vuole dire? O forse … non lo può dire?”
“Non capisco … non capisco”
L’accento burbero del poliziotto si fece ancora più meridionale, come nei film di Montalbano.
“Roba ‘ppoibbita? ‘ddoga forse? Questi extracomunitari fanno spaccio ed usano le persone anziane come deposito! E poi le rapinano!”
Nonna Rina arretrò spaventata, deglutendo dei “no… no …”, mentre il commissario sembrava bearsi delle sue argute intuizioni.
Seguì un breve silenzio che a nonna Rina sembrò una eternità. Alla fine la voce del Commissario:
“Vada, vada. Sarà il magistrato a decidere se chiudere o no questa faccenda. Vada, vada a casa.”

6. Nonna Rina lasciò così l’ospedale, e non cercò altro che di tornare a casa più in fretta possibile. Carletto era rimasto solo per troppo tempo, e senz’altro aveva già telefonato a mamma Vermiglia mettendola in allarme.
Affrettò dunque il passo e, quasi correndo, giunse a casa quando ancora era chiaro.
Entrò trafelata nell’appartamento e subito Carletto le corse incontro
“O nonna, ma che fiatone che hai!”
“E’ perché ho dovuto fare tutta la strada di corsa!”
“O nonna, ma che piedi grandi che hai”
“Taci, sono tutti gonfi per la strada … di corsa … a piedi. Quasi due chilometri!”
“O nonna, che occhi grandi che hai!”
“E’ perché sono spaventata.
“O nonna, ma che ….”
“Adesso, basta, Carletto! Non siamo nella favola di Cappuccetto!”
Il bambino allora si ritrasse tutto mortificato. La nonna capì che Carletto voleva solo sapere cosa le era accaduto. Lo attrasse stringendolo a sé.
“O Carletto! E’ accaduta un cosa terribile alla povera nonna. Ma tutto è andato bene. Tutto è andato bene! L’uomo nero, il vuccumprà nero, mi ha aspettato fuori dalla posta. Mi ha inseguito e poi mi ha gettato a terra. Voleva senz’altro rubarmi la pensione.”
“O nonna, che brutta cosa! Che spavento!”
“Si, uno spavento terribile! Ma è andato tutto bene. Non c’è più niente di cui preoccuparsi!”
“Ti ha fatto male?”
“No, no. Sto bene, anche se mi hanno portato all’ospedale. Ma non avevo niente. Solo qualche graffio qui sul braccio. Guarda, è già sparito1”
Carletto allora abbracciò forte la nonna che, mentre lo stringeva al petto, continuò il suo discorso.
“Pensavo che il vuccumprà nero mi avesse derubato, invece la polizia, che era venuta sul posto e che mi ha interrogato, mi ha restituito quello che avevo perso cadendo a terra. Il mio orologio, la mia collanina, il borsellino con la pensione …”
“Oh, nonna, che bello”
“Figurati, Carletto che poi è arrivato un poliziotto, quello più cattivo, che non voleva crederci. Aveva un vocione! Un vocione meridionale. E mi ha detto … signora Rina, non ha senso che l’abbiano aggredita, che l’abbiano gettata a terra, per rubarle niente, proprio niente. Indagheremo … indagheremo … Hai capito? Non mi credeva!”
“E tu che cosa ha risposto.”
“Ho risposto che non mi avevano preso niente, che avevo tutta la mia pensione, fino all’ultimo soldo. Non mi avevano preso proprio niente! Niente di niente!”
“ E la parrucca? Dov’è la parrucca, nonna? La parrucca della mamma!”
“La parrucca? Oh, cavolo!”

 

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