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L’ABITATORE DEL MARMO di Luciano Nanni

 

                                                         

Giunto a questa età, il mio pensiero si rivolge alla morte e i luo­ghi che preferisco frequentare sono i cimiteri

L’idea che mi sostiene, anche se può sembrare assurdo, è evitare rapporti coi vivi e rievocare invece i defunti, fra cui l’amico B. scomparso l’ottobre scorso.

Lungo il percorso osservo edifici e strade: vorrei fare una visita al camposanto di Arcella, posto dietro la chiesa omonima, per ri­trovare la tomba di Fides, deceduta anni or sono. So con certezza che è stata inumata in una cappella di famiglia.

L’ampio viale è mutato di poco: a destra la statua di un beato divenuto santo, poi un campo da football, che appartiene alla par­rocchia: l’incrocio è stranamente deserto.

La chiesa sorge nei pressi del piazzale: da un lato si va al parco, dall’altro al cimitero. Costeggio l’imponente costruzione e prima della curva intravedo l’ingresso, un cancello arrugginito e aperto a metà. C’era il chiosco del fioraio, che è stato rimosso: ci vorrebbe un fiore, ma per ora è sufficiente il gesto.

Un camposanto minuscolo: rare le sepolture recenti, parecchi i monumenti funebri; ci giro intorno più volte senza incontrare anima viva; qualche lumino acceso sui loculi dà (per chi non ha paura) un tono suggestivo al luogo; accanto a nomi comuni, certi che ritenevo estinti, come Seneca; però non riesco a trovare la Fi­des, e sta calando la foschia a rendere più difficile la ricerca.

Devo quindi uscire: mi chiedo se c’è un custode, e mentre sto per varcare il cancello, ho l’impressione che un’ombra furtiva at­traversi l’aria, per dileguarsi subito: effetto della luce esterna? ma il posto è recintato da un muro.

In seguito a questa fuggevole sensazione, mi passa per la testa un’idea bizzarra: dopo due o tre tentativi di capire cosa significa, vi rinuncio e non ci penso più.

 

Da un mese soffro di una malattia che non so definire, temo di chiamare il medico e lascio che in un modo o nell’altro si risolva da sola, ma così è difficile guarire completamente: è trascorso gen­naio, io mi trascino fra il letto e la poltrona; la mia alimentazione è ridotta a tè e biscotti, fin quando niente più rimane in dispensa e sono costretto a uscir di casa.

Poiché barcollo, cerco di mantenere l’equilibrio nel vestirmi o scendere le scale, e poi andare per strada fino al negozio più vicino dove mi rifornisco di pane, scatolette di carne e un po’ di frutta; ritorno senza che nessuno si sia accorto del mio problema, sarebbe impossibile per me rimanere in piedi, invece muovendo passi rapidi raddrizzo il corpo che tende a sbilanciarsi in avanti.

Due giorni ancora e mi pare di star meglio. Decido di fare un viaggio a Bologna per visitare le tombe dei familiari, anzitutto di mia madre, poi i nonni e gli zii; tenterò pure di recarmi a Casalec­chio ove è sepolto B. essendo situato lungo la stessa linea di auto­bus; avrei altre persone, su cui dovrò cercare informazioni, per esempio A. ritenuto per anni mio padre; non era vero, io però lo sento come un obbligo morale.

Se la salute mediocre a causa del diffuso malessere mi impedi­sce di godere di un completo senso di felicità, mi è comunque suf­ficiente per affrontare un’esistenza normale. La ferrovia attraversa alcune località, sei fermate in tutto. Dal finestrino osservo con apa­tia il paesaggio di fine inverno; lo scompartimento è vuoto, ho messo in tasca un libro giallo, ma dopo alcune pagine sono già stanco, meglio fissare la natura, o ciò che rimane, il verde dei campi, fra tralicci e costruzioni che stanno gradualmente coprendo ogni spazio di terra libero: fino a che punto?

La stazione di Bologna è affollata: gente che corre, si spinge, trascina valigie, e mi sento sballottato qua e là, ignorato, ma così desidero. Al botteghino acquisto due biglietti del bus: il numero undici porta di fronte all’ingresso posteriore della Certosa. Scendo alla fermata e subito mi rendo conto di aver sbagliato: dovevo pro­seguire fino al capolinea e poi tornare; vuol dire che andrò da B. la prossima volta.

Compro dei lumini dal fioraio, poi inizio il mio giro; per prima mia madre, nel campo nuovo: qui è piovuto da poco, diverse lapidi sono coperte di fango. Lei ha un marmo scuro, vi spicca la foto ovale di ceramica: lo sguardo è infelice, quasi che dietro ci fosse un corpo rachitico; che dicono i suoi occhi? amore o rimprovero? qualche colpa ce l’ho, spero mi abbia perdonato. Le accendo il lu­mino, non c’è vento e arde tranquillo. Resto lì alcuni minuti dopo aver ripulito la lapide e tolto le parti secche a un arbusto verde le cui piccole gemme annunciano la primavera; me ne vado più solle­vato di morale.

Nel campo successivo, andando cioè verso l’entrata principale del Ghisello, noto due operai in tuta blu che al margine di una buca stanno mettendo delle ossa in una cassetta di zinco; loro non mi ve­dono, e io passo inosservato. I loculi dei due zii, che erano gemelli, si trovano a circa a metà percorso, in un sotterraneo; intanto ap­paiono le prime sepolture antiche, lastre di marmo annerite dal tempo, scritte indecifrabili, quelle del seicento in genere con lettere in oro su fondo nero. La luce del giorno entra sempre obliqua per la particolare disposizione di campi, voltoni, cortili e statue, sfu­mando nel grigio; spesso mi inoltro in angoli bui, scendo o salgo, fino a tortuose scalinate che sembrano inabissarsi nel pavimento; si dice che alcune tombe siano di epoca romana.

Nel guardare un oscuro bassorilievo mi viene un capogiro, devo sedermi e appoggiare il capo al muro; per un po’ perdo la nozione del posto, poi il freddo della pietra mi fa ripren­dere completamente i sensi, sento di stare meglio, guardo intorno e mi sovviene del libro e dei lumini: penso di averli dimenticati vi­cino alla tomba di mia madre, però non tornerò indietro, proseguo anzi più spedito, ma mi pare di aver perso l’orientamento: la parte centrale della Certosa è un vero e proprio labirinto.

Ho l’impressione che sia già sera, eppure sono sicuro di esser partito di mattina; do un’occhiata all’orologio, segna le cinque e un quarto: non è possibile.

Preso da un’improvvisa debolezza, faccio un’altra pausa; mi metto di fianco a un grande piedistallo di cemento, chiazzato di li­cheni; qui mi sento protetto, non vorrei più alzarmi. Sto quieto per un tempo indefinito, finché vengo distolto da una fugace appa­rizione, come già ebbi nel camposanto di Arcella, un’ombra leggera che passa nell’aria, per fermarsi con piccoli tremolii sopra di me: cos’è, esattamente? un uccello? Se tendo l’orecchio percepisco un suono che sembra provenire da lontano; in realtà e vicino, direi perfino dentro la testa, e appartiene all’ombra ora ferma, ma ogni tanto ha impercettibili movimenti; poi mi sento gelare da capo a piedi, scosso da brividi che mi costringono a stare rattrappito contro il muro; poco per volta l’emozione svanisce, riacquisto lucidità, il cortile e le enormi lapidi diventano surreali; mi dico che è un sogno, o un mo­mento fisico particolare, prossimo a uno stato allucinatorio.

La luce sta ca­lando rapidamente, è senz’altro il crepuscolo; la scura presenza che mi sovrasta di due o tre metri sbiadisce, pur mantenendo la sua posizione: è simile a una figura amorfa avvolta da un ampio mantello; il sommesso mormorio si trasforma in frasi dotate di un loro significato, però confuse: è un’idea vaga, che intuisco più con la mente che con l’udito, quasi provenisse da una cupa e aggrovigliata sfera, né capisco se chi comunica con questi astrusi suoni sia uomo o donna, poiché la sua voce è priva di in­flessioni. Dice (così tento di interpretare) che, scorrendo nei vari luoghi, raramente aveva incontrato una persona come me, per niente attaccata alla vita, com’è invece la maggior parte degli esseri umani, ma rivolta alla morte, ri­tenuta introduzione a un mondo spirituale.

Quei concetti li ritengo suggeriti dalla mia fantasia, da un’e-spressione diversa e sviluppata dentro a causa di una coscienza che ha perduto il controllo sulla propria volontà, ma troppo reale è ciò che sto vivendo, e il posto in cui mi trovo, per quanto inquietante: intorno tutto è im­moto nel colore di pietra, che l’imbrunire tende a uni­ficare, e già sta calando una ragnatela di nebbia; cerco di pensare ad altro, poi vengo interrotto dal linguag­gio irreale della creatura che si muove lentamente per as­sumere una forma diversa.

‘Dice’ che io volendo potrei avere visione di chi si trova nel regno d’oltretomba; l’errore è ritenerlo uno stato di non esistenza: è un piano impenetrabile dalla ragione, qualsiasi definizione che nel tempo sia stata data è falsa; né luogo, né condizione, la parola è inadeguata a descriverlo; io, per il mio inconsueto modo di pensare e tramite suo potrei scorgere, però non con gli occhi, la nuova identità di familiari e amici le cui spoglie sono ormai putrefazione o polvere.

La nebbia si infittisce, velando ogni cosa: un cippo, qui vicino, si delinea appena nel biancore fittizio: la misteriosa entità ripete che mi aiuterà se sono davvero deciso a rivedere coloro che conobbi da vivi, ma dovrei prepararmi a orrori senza nome: quanto fu in vita si traduce in morte trasformato in modo mostruoso; farei meglio a rinunciare se penso di non avere la forza di affrontarli; se invece me ne andrò mi resterà la convinzione che sia stato tutto un sogno, e finirò per dimenticare. Io, d’impulso, rispondo di aver deciso: per primo vorrei rivedere C. mio compagno d’infanzia, morto a ventisette anni per un incidente mentre scendeva in moto verso la pianura; a lui mi lega uno strano affetto, nel ricordo dell’ultimo incontro in un giorno di estate del 1965, quando si mise a cantare il nostro inno.

Mi pare di scendere in un liquido dove gli oggetti si deformano, e l’idea che C. sia vicino si fa concreta, ma è metamorfosi di ciò che era, o funzione: poco mi è dato di capire, se non remoti contorni, e una scala, ripida e tagliente, di lame: no, questo non posso descriverlo: un dolore atroce mi invade, per quello che lui è, e non è più, specie di movimento occulto che si perpetua ruotando.

Quale orrore è apparso? C’era qualche sembianza dietro la sagoma color bitume disgregato, quasi che tutto il corpo fosse di piccoli frammenti: la memoria cade nell’istante in cui provo a ricordare.

Più tardi, in una mia opaca coscienza, sento o non sento il tatto, e ho percezioni, seppur vaghe. È vero quanto si è rivelato in forma così aliena? o la mente elabora strati e momenti visionari? Penso a mia madre, al suo sguardo nella foto ovale di ceramica, un atteggiamento sconsolato, pena e insieme delusione; intanto la voce mi avvisa che qui l’abominio è diverso: dovrei ricordare gli scatti d’ira che lei aveva o la mia segreta indifferenza. Sì, vorrei rispondere, nei giorni trascorsi tra due città, i miei disegni nascosti, il modo di parlare mai sincero, inventando fatti inesistenti.

La madre si fa avanti, dapprima con un velato chiarore, che prende consistenza corporea: dietro quei veli la persona, ricoperta di altri veli sempre più fitti, a creare un aspetto vaporoso, senza alcun corpo tangibile; questo il suo orrore vuoto, più che vuoto, bensì d’altra sostanza; l’indistinta figura tenta di avvicinarsi, ha in sé la morte, ne è il nucleo profondo: poi si allontana, e anch’io mi sento fisicamente svanire, ma riesco ugualmente a esprimere il desiderio di poter incontrare l’amico B. e subito dopo ho il sospetto di destarmi da un sonno nel quale è scomparso il ricordo degli orrori intravisti, benché ne abbia un lontano sentore, inconcepibili e inafferrabili pensieri che restano sul fondo della mente. ‘Lui vorrebbe dirti come si scrive un racconto, era il tuo alter ego’ annuncia la voce, con un accento crudele che mi ferisce.

Alzo lo sguardo: l’ombra si è dileguata, intanto la nebbia assume le tinte del buio; di fronte scorgo una buca rettangolare, e all’interno quel che rimane di B., strati di alghe, un putridume che galleggia sul siero o acqua infetta del fondale. Lo invoco, ma nessuna risposta ne viene: l’ammasso informe tace, accresce la mia disperazione, e non mi riesce di piangere: soltanto con le lacrime potrei sciogliere l’angoscia che mi attanaglia.

Torna il dormiveglia: è autunno. Odo fruscio di piccole foglie che cadono su lapidi e superfici marmoree, il cui abitatore mi ha lasciato solo, e quasi rimpiango la sua assenza, anche se era fantasma della mia mente: è tutta un’allucinazione suscitata da un amore mai avuto. Rimane da evocare il vecchio, colui che quando ero fanciullo mi conduceva nei giardini, che seguii nei suoi silenzi e narrazioni di città favolose, di esseri straordinari e incorporei, nascosti fra le montagne e nei boschi. Di lui conservo una foto: piccolo, col cappello perennemente in testa, i pantaloni sformati, lo sguardo amaro per una vita di stenti. E ancora favoleggiava di incontri spiritici lungo la strada, persone distese, o suoni sovrumani fra gli alberi, e luci che di colpo apparivano tra le forre poi si eclissavano. Ora è qui com’era in vita, sta a pochi passi da me; indossa una giacca logora e sotto il gilè; pare indeciso, se farsi vicino o no; vorrei dirgli di non temere, io non ho paura: pur essendo solo immagine sembra acconsentire; ma avverto un mutamento, la perdita di consistenza, il suo corpo illusorio è mosso da una nuova, meccanica vita, che più non mi appartiene. Lo tocco e mando un grido: il simulacro si frantuma, un fetore spaventoso mi fa cadere in avanti, con tra le mani mostruosi frammenti; la mia faccia affonda in terra e fango; poi mi coglie un oblio misericordioso.

 

Riprendo conoscenza per gradi: l’intorno è silenzioso, avvolto da una soffusa luminosità. Mi trovo polsi e piedi legati alle sbarre di un letto d’ospedale. Di fronte un crocifisso, e ai lati due letti vuoti con le lenzuola rimboccate; il chiarore viene dalla porta-finestra che dà su uno spazio nuvoloso; intravedo le tettoie dei palazzi più in basso.

Dopo circa mezz’ora appare una pallida macchia, è il dottore: faccia rotonda, giovanile, capelli neri e ricci; sembra una persona tranquilla; per prima cosa mi chiede se, liberandomi, avrò qualche reazione violenta. Lo rassicuro, ma vorrei sapere perché sono qui; risponde che dovrà riferirmi l’accaduto, e, senza togliermi le cinghie, prende la cartella clinica, la osserva, storce la bocca, infine comincia a raccontare.

Fui trovato da un operaio che, finito il turno di manutenzione alla Certosa, stava per uscire, ma si accorse di un corpo (il mio) che giaceva bocconi nel campo numero cinque, un campo in rifacimento essendo trascorsi più di quindici anni dalle inumazioni, coperto di erbacce e con qualche defunto non ancora riesumato: si tratta in genere di persone i cui parenti non hanno risposto all’avviso. Ma ciò che risultò più orribile era come stavo disteso: avevo scavato in una di quelle buche, tanto da coprirmi di fango, le mani scorticate, il viso affondato nella poltiglia; tenevo stretti a me alcuni pezzi di uno scheletro ormai marcio, del quale mancava il cranio. L’operaio informò il custode, giunse un’ambulanza che mi portò al pronto soccorso; respiravo a fatica e pronunciavo frasi sconnesse, finché la voce sparì: si scoprì che un osso mi aveva perforato la gola. Non sapevano chi fossi, infatti ero privo di documenti.

A questo punto cerco nuovamente di parlare, ma per quanti sforzi faccia non mi riesce di pronunciare una sola parola; dalla mia bocca esce un mugolio e alcune gocce di sangue macchiano il lenzuolo.

Il dottore estrae dal camice un rettangolo, lo pone vicino alle mie labbra; è di colore grigio, e vi sono linee orizzontali rosse che cambiano di lunghezza, simili a quei diagrammi che misurano le altezze dei suoni; fa cenno di aver capito, quasi avesse letto nella parte rivolta a lui quel che volevo dire; a suo parere la voce ritornerà, ma devo ascoltare la fine della storia.

Non avendo trovato qualche documento che certificasse la mia identità, questa fu riconosciuta grazie all’esame del dna; soltanto giorni dopo venne rinvenuto, presso la nicchia di un muro, il mio portafoglio. Era comunque necessario identificare anche i resti che tenevo fra le mani, e gli altri sparsi intorno, per dar loro un nome e una degna sepoltura: risultò che appartenevano a un uomo di circa settant’anni, il cui dna era identico al mio.

 

 

 

 

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