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L’Assessore sull’ulivo

 di Pier Giuseppe Milanesi

 

C’era una volta un bimbo di nome Ciribù che abitava in un grande condominio alla periferia di una grande città.  Ciribù fratellino più piccolo, di nome Ciribì, che era il solo bambino col quale poteva giocare perché nel quartiere non nascevano più bambini da tempo aveva un.

Il palazzo in cui abitavano non aveva nemmeno un giardino, ma solo un cortile di cemento, sempre pieno di automobili e con qualche piccola aiuola, sulla quale però nessuno aveva pensato di piantare un fiore.

Un giorno se ne stavano seduti entrambi nel cortile, lamentandosi l’uno con l’altro della loro sfortuna, quando improvvisamente comparve davanti a loro una vecchietta, tutta vestita di nero e col naso adunco, che non si sapeva da dove fosse sbucata fuori.

“Pevché siete così tvisti, bambini?” – domandò la vecchietta.

Ciribù rispose che non avevano un giardino in cui giocare.

“E non abbiamo neanche i giocattoli” – fece eco Ciribì.

“Oh, povevetti!” – esclamò la vecchietta.

Essa allora aprì la sacca e tirò fuori un piccolo alberello di ulivo, pieno di radici e di foglioline verdi, e lo diede ai bambini.

“Questo è un albevello magico.” – spiegò la vecchietta – “Piantatelo nella tevva, innaffiatelo, e vedvete che attovno a voi nascevà pev incanto un intevo giavdino tutto pieno di giochi e giocattoli.”

I bambini accettarono con gioia il dono. Poi alzarono gli occhi per ringraziare la vecchietta, ma non la videro più. Era volata via su una scopa, sparendo dietro ad una altura poco distante.

Ciribù e Ciribì si misero al lavoro per piantare l’ulivo. Ciribù scavò con le sue manine una piccola buca nell’aiuola al centro del cortile e vi depose la pianticella. Poi coprì le radici con la terra. Intanto Ciribì, col suo secchiello di plastica, era andato ad attingere un po’ d’acqua dal rubinetto nell’angolo del cortile.

“Innaffia, innaffia Ciribì!” – ordinò Ciribù al fratellino, ansioso come lui di veder nascere al più presto il giardino promesso dalla vecchietta.

Ciribì incominciò a versare l’acqua col suo secchiello. Appena le prime gocce toccarono le radici, accadde una cosa prodigiosa ed inaspettata. L’ulivo incominciò improvvisamente a crescere, ad ingrossarsi: “Cric, crac, crac!” – facevano il tronco e i rami, allungandosi e contorcendosi.

Ciribù e Ciribì rimasero lì a bocca aperta a guardare la pianta che continuava sempre più a crescere e ad ingrossarsi. Erano così incantanti e stupiti da non accorgersi che i rami, nel frattempo, stavano avvolgendo i loro corpi come i tentacoli di una piovra.

“Aiuto, aiuto Ciribù!”

Ciribù volse lo sguardo e vide che il fratellino era stato catturato da un ramo che lo stava trascinando verso il cielo insieme alla pianta. Non ebbe però nemmeno il tempo di far qualcosa che un altro ramo strappò via da terra anche lui .

“Ho paura, ho paura!” – piagnucolava Ciribì, mentre Ciribù tentava di consolarlo. “Non piangere Ciribì. Pensa al giardino pieno di giocattoli dove saremo senz’altro trasportati.”

Aggrappati al ramo che li sosteneva continuarono così a salire, a salire portati dall’ulivo che non la smetteva mai di crescere. Superarono le case, i grattacieli, le ciminiere delle fabbriche e continuarono a salire sempre più velocemente e sempre più su.

***

Quando la città era ormai diventata un luogo lontano su cui a malapena si distinguevano le strade, il fiume, i ponti, la crescita dell’albero incominciò finalmente a rallentare.

Ciribù e Ciribì, guardando in alto, si accorse che la cima dell’ulivo si stava addentrando in una nuvola densa e bianca come la neve.

Ben presto anche loro entrarono nella nuvola. “Non ci vedo più” – esclamò Ciribì, stropicciandosi gli occhi. La nuvola li aveva completamente avvolti in una nebbia così fitta che non consentiva di vedere ad un palmo di naso.

Fortunatamente l’albero aveva smesso di salire ed essi si trovavano ora lì fermi, in mezzo alla nuvola, senza sapere che cosa fare e pensare. Questa situazione durò in realtà poco tempo. Lentamente, sotto la spinta di un leggero e fresco venticello, la nebbia incominciò a diradarsi. Si diradava sempre più, lasciando intravedere una sagoma oscura che prendeva lentamente forma davanti a loro.

“Oh!” – esclamarono insieme i due bambini. Sparita la nebbia, era infatti comparsa in pieno sole una bellissima casetta, tutta dipinta a nuovo, con le finestre in legno e i davanzali pieni di gerani. Sulla facciata c’era scritto, con una bella grafia tutta piena di fronzoli: ASILO NIDO COMUNALE, ma loro non lo potevano sapere, perché non sapevano leggere.

La graziosa casetta era circondata da un grande giardino verde, tutto pieno di giochi.

“Guarda, lo scivolo, le giostrine, il dondogallo!” – esclamò Ciribì, finalmente sorridente e felice.

“Andiamo, andiamo a giocare!” – gridò Ciribù.

Si avviarono di corsa verso la casetta. Il cancello era aperto e subito si misero a correre nel giardino, saltando da un gioco all’altro. E giocarono, giocarono fino a stancarsi ben bene.

Decisero infine di entrare nella casetta. Anche lì trovarono decine e decine di nuovi giochi: automobiline, pupazzetti, costruzioni, puzzles e quanto altro ancora.

Osservando tutto quel ben di Dio, Ciribì fu improvvisamente assalito da un pensiero: perché tutti quei giocattoli, se non c’erano bambini?

“Ma dove sono gli altri bambini?” – domandò.

“Già, dove sono?” – fece eco Ciribù guardandosi attorno.

Fu allora che si accorsero che nel fondo del salone, sulla porta che dava in un’altra stanza più piccola, era apparso un uomo dallo sguardo accigliato, tutto avvolto in un mantello nero, con un grande cono in testa, un salvadanaio di terracotta sotto il braccio e un librone stretto al petto. Sulla copertina del librone c’era la scritta BILANCIO, ma i due bimbi non potevano saperlo, perché, come ho detto, non sapevano leggere.

“Dev’essere il signore dei giocattoli!” – sussurrò Ciribì tutto intimidito.

Era infatti il signore della casetta, del giardino e di tutto quel tesoro di giochi e giocattoli:quello che tutti in città chiamavano rispettosamente e timorosamente “l’Assessore”.

Loro, Ciribù e Ciribì, non lo avevano mai visto, ma ne avevano sentito parlare tante volte da papà e mamma, e se lo immaginavano proprio così, come era apparso loro davanti. Sapevano anche che l’assessore possedeva quel librone, il “Bilancio”, che conteneva delle formule magiche e dei sortilegi capaci di trasformare ogni cosa, persino i ciottoli delle strade, in monetine d’oro.

Ciribù e Ciribì incominciarono a farsi piccoli piccoli, mentre l’assessore avanzava verso di loro con un ghigno che non lasciava presagire niente di buono. “Volete sapere dove sono i bambini? Ah, ah, ah! Venite, venite, che adesso vi porto io dagli altri bambini!” – mormorava continuando ad avanzare verso i due fratellini – “Lasciate che vi acchiappi e poi…”

Ciribù e Ciribì, sempre più spaventati, arretrarono fin sul fondo del salone.

L’assessore s’era messo a scuotere il suo salvadanaio dirigendosi verso di loro. “Volete sapere dove sono i bambini? Lo volete sapere? Ah, ah, ah! Sono qui dentro, nel salvadanaio! E adesso, cari miei, io pronuncerò la formula magica e anche voi sarete trasformati in monetine d’oro, piccole piccole. E finirete qui dentro, nel mio salvadanaio, come tutti gli altri. Ah, ah, ah!”

E prese ad agitare e a scuotere più forte il salvadanaio facendo tintinnare tutte le monete che incominciarono ad emettere un suono strano. Più che un tintinnìo, sembrava un insieme di piccoli lamenti.

“Li senti, Ciribì, li senti?” – disse Ciribù impallidendo.

“Sono voci di bambini!” – rispose il fratellino.

“Via, via Ciribì! Scappa più forte che puoi. Scappa, scappa!”

I due fratellini incominciarono a correre disperatamente per il salone, inseguiti dall’assessore che gridava: “Ah, ah, ah! Non riuscirete a fuggire! Ora che siete qui, non avete via di uscita!”

Ciribì, che con le sue gambette corte correva più lentamente di Ciribù, ebbe subito la peggio. Preso dal panico finì con l’infilarsi proprio nella stanzetta dell’assessore, mettendosi così in trappola da solo.

L’assessore entrò nella stanzetta, rinchiuse la porta dietro di sé e si pose con tutta la sua imponenza davanti al bambino. Con un sogghigno aprì il grande librone del bilancio e, incurante delle lacrime di Ciribì che implorava di lasciarlo andare, incominciò a fare grandi cerchi nell’aria con le mani, leggendo la formula magica, di cui Ciribì non capì un’acca, se non forse le ultime due righe:

 

Col governo dei compagni

non arrivan più guadagni

maledetta la Regione

che non da la sovvenzione

allor mi prendo un bel bambino

e ci cavo un buon soldino.

 

Zac! In un battibaleno Ciribì fu trasformato in una monetina d’oro sonante. L’assessore la raccolse con cura dal pavimento e con una mossetta la infilò nel salvadanaio tutto soddisfatto. “Ecco fatto! E adesso andiamo a cercare l’altro fratellino!” – disse.

***

Ciribù intanto era riuscito a nascondersi nel salone, dentro ad un giocattolo di grandi dimensioni. Vide aprirsi la porta della stanzetta e riapparire l’assessore con lo sguardo tutto infuocato e con la chiara intenzione di stanarlo dal suo nascondiglio. “Dove sei? Dove sei? – gridava buttando, per aria tutti i giocattoli.

Ciribù incominciò a tremare. Mentre osservava ormai rassegnato l’assessore che veniva verso il suo nascondiglio, improvvisamente si ricordò di avere ancora in tasca una monetina che il papà gli aveva regalato per il suo compleanno. La prese e la fece rotolare tra i piedi dell’assessore, il quale si arrestò a guardarla molto sorpreso.

“Ah, ecco perché non ti trovavo, birbante! La mia formula magica ne ha trasformati due in un colpo solo! Formidabile! Ah, ah! Oggi è proprio un giorno fortunato.” – esclamò. Raccolse la monetina, credendo si trattasse di Ciribù e la infilò nel salvadanaio. Poi entrò nella sua stanza, si sedette al suo tavolo e incominciò a sfogliare il suo bilancio lanciando ogni tanto dei grugniti di soddisfazione. Dopo poco tempo, stanco della lettura, si addormentò.

Ciribù se ne stava sempre rintanato nel suo giocattolo, dal quale udiva pigolare tutte le monetine chiuse dentro il salvadanaio. Cercò di escogitare qualche idea brillante per poter liberare il fratellino, ma non gli venne in mente niente. Intanto incominciava a farsi buio e a farsi sentire anche la fame. “Ci sarà pur qualcosa da mangiare in questo posto” – pensò.

Era quasi deciso ad uscire dal suo nascondiglio per cercare un pezzo di pane, quando sentì qualcosa che si muoveva ai suoi piedi. Guardò più attentamente e scorse un topolino piccolo piccolo.

“Che fai qui?” – domandò Ciribù al nuovo arrivato.

“Che fai tu qui, piuttosto!” – rispose il topolino – “Questa è casa mia. Vengo qui tutte le sere a dormire.”

“Io mi chiamo Ciribù, e tu?”

“Io mi chiamo Rodolfo.” – rispose il topolino salendo sulle spalle di Ciribù.

“Ho fame.” – sospirò Ciribù.

“A chi lo dici, mamma mia! Ma adesso rispondi alla domanda: che ci fai qui dentro?”

Allora Ciribù raccontò la sua storia, che doveva essere simile a tante altre storie che Rodolfo dimostrava di conoscere già. “Devo liberare mio fratello e tutti gli altri bambini” – concluse Ciribù – “Però non so proprio come fare.”

“Un modo ci sarebbe…” – disse Rodolfo tutto serio.

“E quale?”

“Bisogna distruggere la formula magica! Questo è il solo modo per rompere l’incantesimo. L’ho sentito dire proprio dall’assessore che l’unico modo è questo.”

“Sarà un vero problema!” – sospirò Ciribù sporgendosi ad osservare l’assessore che dormiva seduto al tavolo con il braccio posato pesantemente sul librone del bilancio.

“Ci penso io!” – esclamò Rodolfo, dopo aver riflettuto a lungo.

“Oh, grazie Rodolfo” – rispose Ciribù riconoscente e speranzoso.

“Dobbiamo agire con prudenza e con tutte le precauzioni. Devi prima avvisare i bambini di tenersi pronti. Appena liberi, devono scappare più in fretta possibile sull’ulivo.” – aggiunse Rodolfo. Spiegò infatti che la distruzione della formula magica infatti avrebbe provocato l’esplosione del salvadanaio. L’assessore si sarebbe svegliato ed avrebbe cercato di catturare di nuovo tutti i bambini.

“E una volta saliti sui rami dell’ulivo, che dobbiamo fare?” – domandò Ciribù.

“E’ molto semplice. Devi pronunciare le parole che adesso ti dirò. Quando avrai pronunciato la formula, l’ulivo incomincerà subito a scendere e vi porterà tutti sani e salvi a terra!”

Rodolfo si avvicinò all’orecchio di Ciribù e gli sussurrò le parole che avrebbe dovuto dire. “Te le ricorderai?” – domandò.

“Si, non sono poi molte, le parole.” – rispose Ciribù accennando a volerle ripetere.

“No, no! Non dirle adesso” – esclamò Rodolfo mollandogli con la zampina un buffetto sulla bocca – “Altrimenti l’ulivo incomincerà a scendere, e tu e gli altri resterete quassù per sempre. Adesso, vai! Va’ e cerca di avvisare i bambini di tenersi pronti.”

Ciribù uscì dal suo giocattolo. Cercando di non fare rumore, entrò nella stanza dell’assessore, dove stava il salvadanaio. Si avvicinò con cautela alla fessura, dalla quale uscivano pigolii sempre più flebili, e sussurrò: “Ciribì, Ciribì, mi senti? Sono io.”

“Ti sento, Ciribù. Liberami, ti prego!”

Ciribù rassicurò il fratellino che presto sarebbe stato libero, ed insieme a lui tutti i bambini, e gli diede le istruzioni avute da Rodolfo.

“Appena si rompe il salvadanaio, dovete tutti correre via e saltare sopra l’albero!” – raccomandò Ciribù.

“Va bene, Ciribù. Lo dirò anche agli altri bambini.”

Ciribù tornò indietro e si rannicchiò vicino alla porta della stanzetta.

“Adesso tocca a me.” – disse Rodolfo.

Il topolino si diresse verso il tavolo e senza far rumore si arrampicò con sveltezza fino a raggiungere il librone magico sul quale l’assessore aveva posato il suo braccio e con grande foga incominciò a divorare la pagina che conteneva la formula magica.

“Un bel sistema!” – pensò Ciribù che lo stava osservando.

“Ciomp! Ciomp! Ciomp!”. Rodolfo ci dava dentro a più non posso.

La pagina del bilancio era però molto grande e, nonostante la gran lena con cui Rodolfo lavorava, ci sarebbe voluto molto tempo per arrivare al centro del foglio dove incominciava la formula.

“Forza Rodolfo!” – bisbigliava Ciribù incoraggiando il topolino.

Finalmente Rodolfo, muovendo le ganasce a più non posso, era riuscito ad arrivare al punto in cui incominciava la formula. Aveva però mangiato tanta carta da essersi gonfiato come un pallone. “Non ce la faccio più!” – sbuffò.

“Oh, no!” – esclamò Ciribù, vedendo che l’assessore aveva incominciato a sbadigliare e minacciava di svegliarsi. “Fai qualcosa, presto!” – implorò Rodolfo.

Ciribù ebbe un’idea. Corse verso il salvadanaio e pregò tutte le monetine di cantare una ninna nanna per far cadere di nuovo l’assessore in un sonno profondo.

E le monetine, tutte insieme, ubbidirono e presero a cantare:

Din din din

bel biricchin

metti sotto il tuo cuscino

questo piccolo soldino

che domani crescerà

e un bel gruzzolo sarà.

Farai mutui, strade e ponti

e se torneranno i conti

coi residui di gestione

firmerai una convenzione

con l’università

trallalallalallalà

 

L’assessore si riaddormentò di nuovo con un sorriso beato sulle labbra e Rodolfo poté continuare indisturbato il suo lavoro. Ciribù tirò un sospiro di sollievo…

“Attento, Ciribù, ci siamo!” – mormorò infine Rodolfo accingendosi a rosicchiare l’ultima lettera della formula magica.

Appena l’ultima “o” di “…soldino” scomparve nel pancino di Rodolfo, si udì un forte botto: Scraash! Il salvadanaio si ruppe in mille pezzi e tutte le monetine uscirono fuori rotolando sul pavimento. Prima ancora di finire la loro corsa, le monetine si tramutarono in una miriade di bambini che proseguirono a correre cercando di raggiungere più in fretta il grande albero che stava sempre là, immobile come un vascello, davanti alla casetta.

“Correte, correte!” – urlava Rodolfo.

Il frastuono, come previsto, aveva svegliato l’assessore che era balzato su dalla sedia e, infuriato, aveva incominciato a rincorrere i bambini in fuga verso l’albero: “Tornate qui, perdinci! Adesso vi acchiappo tutti e ve la faccio vedere io!” – gridava a gran voce, roteando le braccia di qua e di là per cercare di afferrarne qualcuno.

Quando tutti i bambini furono saliti sull’albero, Rodolfo, che li aveva seguiti pur muovendosi a stento, in quanto era diventato grasso e rotondo come un pallone, urlò a Ciribù di dire subito le parole magiche che gli aveva insegnato.

“Tu non viene con noi?” – domandò Ciribù a Rodolfo.

“No, io resto qui! Presto Ciribù, di’ le parole magiche!”

Ciribù, afferrandosi al suo ramo, si mise a gridare con tutto il fiato che aveva:

Qui non se ne può più

se l’ulivo non va giù!

 L’ulivo a quel punto incominciò a scuotersi, a tremare. “Ancora, ancora! Più forte, più forte!” – gridò Rodolfo. E allora i bambini in coro si misero a gridare tutti insieme:

Qui non se ne può più

se l’ulivo non va giù!

Si udì allora un gran crepitìo: patatric, patatrac! E la pianta incominciò ad abbassarsi velocemente tra gli urrah! dei bambini. Ciribì, saltando da un ramo all’altro, corse a riabbracciare il fratello. “Stiamo tornando a casa, Ciribù?”

“Si, tutto è finito. Fra poco saremo a casa.”

***

Il viaggio di discesa fu più piacevole di quello di andata. A poco a poco i bambini incominciarono a distinguere la sagoma della città, col suo fiume e le sue torri.

“Guarda Ciribù: la chiesa, il campo di calcio, la nostra casa.”

“E là… là! C’è papà e mamma” – rispose Ciribù pieno di gioia.

Erano ormai sopra il loro cortile e in un attimo furono tra le braccia di papà e mamma che li accolsero con le lacrime agli occhi, felici per averli ritrovati, dopo ore di angoscia e disperazione.

“Ci siamo anche noi, anche noi!” – gridarono gli altri bambini, saltando giù da tutti i rami dell’albero.

Ciribù e Ciribì raccontarono ai loro genitori la loro avventura incominciando dalla vecchietta dal naso adunco che aveva donato loro una pianticella d’ulivo. Papà e mamma dissero che quello che era accaduto doveva servire da lezione e che in futuro non avrebbero più dovuto accettare ulivi dagli sconosciuti. Intanto la buona notizia si era sparsa ed incominciavano ad arrivare anche i genitori degli altri bambini e tutti insieme festeggiarono il lieto fine della vicenda, che anche per noi, che l’abbiamo racconta, così si conclude.

Un momento, un momento! E l’assessore? Già, dimenticavo. L’assessore, nel tentativo di afferrarsi all’albero per acchiappare qualche bambino, perse l’equilibrio e cadde giù dalla nuvola con la velocità di un razzo. Rovinò pesantemente a terra facendo un grande buco che si aggiunse ai tanti altri buchi che già esistevano nella città e nessuno perciò ci fece caso.

E l’ulivo, l’ulivo? Potete immaginarlo: era ritornato ad essere un piccolo ramoscello piantato nell’aiuola spoglia al centro del cortile del condominio. Tuttavia, per prudenza, tutti si guardarono bene dall’innaffiarlo ancora.

 

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