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GIOVANNI PASCOLI: INTERVISTE IMMAGINO … OSE (appunti per una presentazione)

di Roberto Vittorio Di Pietro

Nell’ottobre 2010 usciva, per i tipi della stessa Casa Editrice HELICON, un mio romanzo-fiume “nonsologiallo”, intitolato ISTA! PISTA! SISTA! (in riferimento alla celebre formula apotropaica latina, ideata da Catone per scongiurare pestilenze e altri malanni in genere), da me redatto intorno al 1991-92, ossia gli anni turbolenti di Tangentopoli, in cui del resto collocavo idealmente le vicende narrate nel libro. Le finalità “etiche” di quell’opera perlomeno insolita, provocatoriamente programmata come esperimento “antiletterario” – ossia, su vari piani parodistici,  in chiara ed esplicita sfida alle norme convenzionali e all’economia della cosiddetta buona scrittura – erano in sostanza queste:  far provare al lettore in diretta, sulla propria pelle, quasi come uno spruzzo di vetriolo, l’effetto corrosivo di una chiacchiera babelica onnipresente e ingovernabile, soffocante, esasperante, assai poco diversa da quella mediatica che, all’epoca, capillarmente cominciava ad accompagnarsi agli emergenti scandali di corruttela istituzionale ai margini della grave crisi  politico-economica attraversata dal Paese (chiacchiera che, da allora, non sembrerebbe forse destinata a dilagare sempre più, a dismisura?); e ciò con il proposito (utopisticamente “salvifico”? ahimè, temo di sì) di poter via via suscitare nel lettore — attraverso il pretestuoso richiamo di una trama romanzesca di per sé “intrigante”, fitta di sorprese e curiosi colpi di scena — una progressiva automatica avversione per la parola/ciancia palpabilmente ridondante di superflue precisazioni, di stucchevoli bizantinismi, di inopinate quanto inopportune digressioni, e svariati altri pleonasmi “barocchi” d’ogni genere possibile; come pure, soprattutto, di sofismi così verosimiglianti da sembrare attendibili e, per contro, di assolute verità in apparenza così inverosimili da essere ingiustamente ritenute false nel contesto; e ancora di mezze falsità e mezze verità difficilmente districabili le une dalle altre: nel complesso una sorta di spericolata avventura fra il ”gioco dell’oca” e la  “caccia al tesoro”, forse tale da spingere il lettore medesimo – a “giallo” eventualmente ultimato con una certa inevitabile (auspicabile!) stizza in corpo e col fiatone – a voler poi sviluppare, nella vita reale, una più consapevole e concreta autodifesa dai trabocchetti che comporta l’uso subdolo della parola, spesso studiatamente arzigogolata e oscura, deliberatamente propalata come coltre fumogena da qualunque casta di potenti verso coloro che si intendono confondere, fuorviare, abbindolare e in definitiva soggiogare. Di qui la struttura del libro come “giallo nel Giallo”: ossia un ipergiallo che, partendo da una semifinzione apparentemente solo romanzesca, potesse ampliarsi fino ad abbracciare il Giallo maiuscolo di una complessa, sempre più intricata realtà quotidiana straripante di “messaggi” plurimi provenienti dalle fonti più disparate: notizie incalzanti la cui assoluta veridicità non essendo tuttavia mai scontata,  dovrebbero in ogni caso, di giorno in giorno, di ora in ora, essere volenterosamente, pazientemente – per quanto faticosamente…- “decodificate” da ogni cittadino moralmente responsabile, a necessaria tutela della propria incolumità forse anche fisica, oltre che spirituale.

Ho ritenuto di dover fare questa premessa poiché “Interviste immagin…ose” di fatto si riallaccia alle motivazioni del mio ‘romanzaccio’ precedente. In questo caso si tratta ancora di una parodia  macroscopicamente iperbolica, del resto secondo i basilari requisiti di ogni ludus satirico; non altrettanto smisuratamente articolata visto il diverso particolare obiettivo da colpire, ma nei suoi propositi “etici”di fondo sostanzialmente paragonabile. Sicuramente, qui ancora una volta nel mirino compare il deplorevole bisogno compulsivo di una “chiacchiera” superflua e indiscriminata, ma circoscritto all’uso improprio, in svariati sensi purtroppo “culturalmente” nefasto, che dei cosiddetti “social network” (Facebook, Twitter, ecc.) viene fatto a flusso continuo da parte di legioni  di “aficionados” – o direi, specie nel clima sociopolitico attuale, perlopiù “indignados”- ansiosi di potersi liberamente abbandonare ad invettive, accuse e denunce troppo spesso estemporanee, irrazionalmente abborracciate intorno ad occasionali spunti di cronaca di qualsiasi provenienza mediatica, sui quali, a giudicare dalla qualità e dal tono dei “messaggi”, sembra evidente che non si sia nemmeno avuto il tempo di riflettere, riflettere sul serio, prima di spalancare avventatamente le fauci. Troppo spesso, come in una battaglia navale fine a se stessa,  si registrano vicendevoli bordate di pure ciance, vuotaggini senza costrutto, scemenze frammiste a inutili parolacce sparate come fetidi petardi a Carnevale: azioni e reazioni, attacchi e contrattacchi non di rado eccessivi o del tutto ingiustificati, come dettati da improvvisi scatti umorali  sotto forma di “sfoghi” biliosi incontenibili e soprattutto compiaciuti; il che, comprensibilmente, di per sé non può non ostacolare una normale coerenza di pensiero, di opinioni e di conseguente corretta veicolazione verbale. Quando non è causa di spiacevoli fraintendimenti, che a loro volta innescano ulteriori equivoci attraverso frettolose “smentite” (il recente “caso Bolle” su Twitter serva d’esempio concreto), il bisogno di intervenire su ogni argomento a spron battuto contribuisce a mettere in mostra anche una sottostante, davvero impressionante, diffusa carenza dei più elementari rudimenti di scolarizzazione. Si considerino per di più alcuni sporadici interventi/commenti da parte di persone straniere, la cui lingua madre percepibilmente non è nemmeno l’italiano, e l’affresco complessivo, obiettivamente piuttosto sconcertante anziché solo “buffo” – e, in fondo, sotto il profilo “culturale” non meno deprimente di certi cosiddetti ”reality shows” televisivi oggigiorno di moda – è sotto gli occhi di mezzo mondo telematicamente globalizzato.  Si dirà: perlomeno, a differenza di quanto avviene alla televisione, qui ogni comune cittadino può finalmente rivendicare una assoluta, autentica “libertà” di espressione, in nessuna misura guidata, controllata e condizionata, tendenziosamente irreggimentata dall’alto.  Ma certamente! Non ci sono dubbi in proposito. Al solo patto, però, che di questa maggiore libertà così conquistata si sappia effettivamente fare un uso che si dimostri qualitativamente diverso e davvero migliore. E tale miglior uso comporta la volontà di ponderare, soprattutto, con adeguata disciplina mentale e morale i propri giudizi sul prossimo in genere, su tutto quanto il mondo, sull’universo intero, moderando almeno un poco la propria (diffusa) convinzione di poter pontificare a ruota libera sui massimi come sui minimi sistemi, in quanto ormai detentori di una Verità maiuscola in ogni caso. Di qui anche la voglia “egocentrica” di abbandonarsi a rimostranze, contestazioni o accuse a ben vedere inevitabilmente gratuite in quanto rivolte ad interlocutori forse mai nemmeno incontrati al di fuori di quegli scambi virtuali o, nel migliore dei casi, solo superficialmente conosciuti in qualche fuggevole occasione; persone della cui precisa esperienza di vita vissuta e della cui particolare natura intima poco o nulla realmente si sa, ma nondimeno tutto si dà per scontato in rapporto alla propria (indubbia) capacità di corretta immaginazione/interpretazione: limitandosi, cioè, a voler purtroppo giudicare e liquidare ogni incognita dell’altrui verità umana riconducendola con deplorevole semplicismo – e, non di rado,  con smaccata supponenza e sicumera – alla misura della propria individualità, di qualunque specie essa sia.

Per fortuna, il mondo dei social network non è solo fatto di vuota parola-chiacchiera. Il giusto senso della responsabilità delle proprie opinioni esiste, meno male; e andrebbe però continuamente salvaguardato con autonomia di coscienza da parte degli utenti stessi, senza che nessuno si premuri di ricordarlo, né tanto meno imporlo, con predicozzi moralistici. L’essenziale è che, interrogandosi con coscienza per l’appunto — frenando all’occorrenza quel certo (ahimè “contagioso”) bisogno (ah, sempre impellente) di voler comunque dire la propria “a caldo”, non appena una mosca vola per diritto o traverso —  ciascuno sappia magari farne la buona regola in ogni circostanza, piuttosto che una scelta lodevole ma pur sempre eccezionale, più o meno elastica a seconda dell’umore di giornata.

Ma perché – mi si chiederà a questo punto – aver scelto di “dare in pasto”  a certi intemperanti navigatori del Web proprio lui, Giovanni Pascoli? Confesso anzitutto che, sulle prime, lo stimolo mi è derivato dalla scoperta fortuita che su Facebook attualmente esiste davvero un “utente” omonimo: un uomo piuttosto giovane a giudicare dalla fotografia con cui ha scelto di presentarsi ai suoi “amici” interessati al colloquio, al confronto, al cosiddetto “scambio di opinioni”.  Il che mi ha suggerito questa domanda: “A distanza di un secolo durante il quale è fulmineamente sopravvenuta un’inopinata evoluzione tecnologica che, forse più di ogni altra rivoluzione precedente, specie per le giovani o giovanissime generazioni ha comportato e continua a determinare una svolta ‘filosofica’ radicale nel modo di concepire i ‘valori esistenziali’ in genere, in che misura residuale può essere oggigiorno davvero compresa, assimilata e apprezzata, non solo l’opera (del resto molto meno ”lineare”di quanto nelle scuole si sia schematicamente voluto lasciar supporre), ma la stessa particolare forma mentis di un eccelso, venerabile Maestro di autentica “poesia per la vita”, quale giustamente aspirava ad essere – e, nonostante tutto, indubbiamente rimane – il grande romagnolo Giovanni Placido Agostino Pascoli?” E quindi: “Che genere di ‘accoglienza’ potrebbe riservarsi oggi come oggi ad un personaggio della sua statura artistica e spirituale se, sventuratamente, nel 2012, si affacciasse all’orizzonte come timoniere di un antico veliero fantasma di colpo proiettato fra le gigantesche ondate anomale, una volta inimmaginabili, che gli spericolati surfisti del Web follemente si compiacciono di cavalcare? A quali immediate obiezioni/contestazioni dovute a chissà quanti assurdi fraintendimenti, a quante bizzarre interpretazioni equivoche, distorte e contorte, non rischierebbero di esporsi tanti aspetti della sua singolare Sensibilità di uomo e di poeta, così sostanzialmente estranea, addirittura opposta a quel modello di sfrenata, strafottente, cinguettante faciloneria o di buonismo ipocrita che ai tempi d’oggi prevale e, ciò che è forse peggio, viene ormai additato come il solo giusto, logicamente accettabile e saggiamente perseguibile da chiunque abbia ’sale in zucca’ e non voglia farsi scambiare per un povero visionario fuori dal mondo?  Forse che la mitezza e connaturale ritrosia di un Pascoli-Fanciullino oggigiorno non susciterebbero, purtroppo, quantomeno divertito stupore nella maggior parte di noi Tecnologi/Tecnicisti/Tecnocrati del ventunesimo secolo, convinti possessori di un miglior sapere progredito e di sofisticati strumenti multimediali teoricamente atti a garantire una continua, rapida, immediata comunicazione interpersonale?  e decisamente fieri di esserlo? Scioccamente fieri in quanto, di fatto, troppo spesso impediti nella capacità di  comprensione autentica delle varie comunicazioni ricevute (e nella possibilità di conseguente efficace comunicazione reciproca) a causa di un fenomeno oggi sempre più diffuso e preoccupante, a quanto segnalatoci da recenti indagini di fenomenologia culturale: quello del cosiddetto analfabetismo funzionale. In altri termini: il significato effettivo di ciò che si legge si fa difficoltà a comprenderlo nel modo in cui andrebbe correttamente recepito, interpretato e assimilato: ossia, nel migliore dei casi si è in grado di capire le singole parole, le semplici frasi, le proposizioni, ma si tende a non saper afferrare il vero senso ultimo da dover attribuire ai contenuti di un testo nella sua integralità, specie se concettualmente composito, ad orientamento eminentemente connotativo. Quindi, in un nuovo clima culturale oggi così strutturato, in cui, spesso (almeno a quanto ci viene garantito dagli esperti “sondaggisti”…) nemmeno l’elemento semplicemente denotativo risulta più aperto ad una corretta lettura, sventurato lui, Giovanni Placido Agostino Pascoli, se fra noi – non saputi accademici, ma comuni “fruitori di massa” — venisse a riproporsi con la sua ambiziosa poesia simbolista, tutt’altro che lineare al di là di certe ingannevoli apparenze, perlopiù solo superficialmente “facile”, intessuta com’è di sottili metafore e allusioni occulte, di insospettabili geometrie pluridirezionali affidate ad un fonosimbolismo di raffinatissima fattura! Quale muto sgomento, credo, sarebbe prevedibile da parte sua! come per quella terribile sensazione di radicale ‘inappartenenza’ che si suppone potrebbe provare un cadavere ibernato risvegliatosi su un nuovo pianeta Terra, divenuto irriconoscibile solamente cent’anni dopo.  In effetti, direi che ciò che in ultima analisi caratterizza la mia iperbolica parodia dei “social network” come ho inteso concepirla, sia soprattutto il tentativo di illustrare satiricamente alcuni malaugurati, sconfortanti, risibili o addirittura folli esiti pratici di quel sopravvenuto analfabetismo funzionale di cui dicevo.

Fin dalla mia adolescenza ho apprezzato, anzi oserei dire visceralmente amato il Pascoli. Credo che già allora di lui mi colpisse, e intimamente mi commuovesse, una singolare facoltà/volontà dell’umano sentire: del sapere e  voler cogliere (‘vedere e udire, altro non deve il poeta’, per usare una sua espressione) ogni ‘misteriosa’ voce, così nel proprio intimo, così nella natura delle piccole cose terrestri come nel vasto firmamento stellato, con animo indagatore vigile, aperto al dolore come alle semplici gioie del vivere quotidiano, lucido ma in ogni caso come ferito da una visionaria nostalgia di fondo: quasi trafitto dalla sicura presenza di una superiore harmonia mundi  (e perché doverla credere un’illusione? un sogno impossibile?…) ovunque percepibile nell’aria e nelle cose, e tuttavia sempre sfuggente, per umano destino tragicamente inafferrabile su questo nostro ‘atomo opaco del male’. Una rara forma di drammatica interiorità, direi; e, perciò,  tutt’altro che inquadrabile, né tanto meno liquidabile, secondo i ben noti cliché ai quali, a scuola, si era in genere indotti a voler troppo semplicisticamente ricondurre la figura di questo poeta ‘fanciullino’ – chiaramente a scapito di una autentica comprensione, se non della sua arte (ma anch’essa, salvo in determinati ambienti accademici, a mio parere troppo sommariamente analizzata), della sua spiritualità a dir poco composita.   In questo pamphlet, lo si constaterà, con quel provocatorio, ingannevolmente solo giocoso, “kikkabau, kikkabau” che costituisce (fin dalla copertina del libro) un rinvio esplicito  a “La civetta” (il secondo dei due importanti conviviali intitolati “Poemi di Psyche” e dal Pascoli fra loro non a caso accostati ma idealmente contrapposti – ma quanti cosiddetti ”ammiratori” del grande Giovanni Pascoli davvero li hanno letti? O davvero li hanno capiti?) ho cercato di stimolare la migliore curiosità del lettore orientandola verso una tematica speculativa a mio giudizio di peso fondamentale nella pur variegata vena poetico-filosofica pascoliana. Ebbene, si tratta di una profonda intima lacerazione spirituale dovuta a sue ricorrenti meditazioni di ordine squisitamente religioso-metafisico sul mistero dell’aldilà: un preciso dilemma inerente alle  alternative sorti future dell’anima individuale dopo il trapasso, come tale sicuramente individuato in nuce da saggisti competenti (penso a Rinaldo Froldi, in particolare), ma alle conseguenze profondamente ansiogene del quale, perlomeno secondo quanto mi è stato possibile appurare, la critica non ha forse ritenuto di dover concedere spazio di maggiore approfondimento (forse riallacciando questo specifico nucleo tematico al più noto orientamento speculativo pascoliano solitamente definito ”cosmico”?… di cui non costituirebbe pertanto che un’implicita propaggine secondaria, di interesse relativamente scarso?) Per comprenderne la portata credo che occorra scinderlo in due diversi quesiti, di cui, per il Pascoli, il secondo è senza dubbio quello decisivo. Anzitutto: “Sarà più attendibile la versione filosofica di stampo ‘pagano’ (ma non solo) secondo cui, dopo la morte fisica, l’anima individuale sarebbe destinata a dissolversi nello spazio, scomparire e confondersi quindi  con l’universale Anima Mundi? O magari la versione platonico-cristiana che garantirebbe la sopravvivenza dell’anima individuale come distinta entità spirituale nell’oltretomba?”  E, secondo quesito, determinante: “Ma quale delle due versioni io, Giovanni Pascoli, davvero credo sia di per sé più rassicurante e desiderabile in definitiva? Per il mio equilibrio interiore, per il mio attuale benessere psicologico, ah quanto vorrei potermi decidere una volta per tutte! Quanta angoscia, quanta sofferenza indicibile mi costa non dico sapere, ma nemmeno volere, optare rassegnatamente  per una meta ultraterrena piuttosto che per l’altra!”

Ecco perché, fra i vari spunti di dialogo che ho fornito ai personaggi che si sbizzarriscono fra loro in questo mio libretto (e ancor più nell’appendice antologica), ho scelto di dare ampio spazio  all’ossessiva tematica pascoliana della morte onnipresente e dell’insondabile aldilà.  D’altra parte, come già per ISTA! PISTA! SISTA!, ho spesso fatto in modo di far sembrare solo parzialmente veri, o del tutto campati in aria, alcuni dati di fatto forse meno noti ma non propriamente estranei né alla poesia, né alla biografia del nostro, né alla vasta opera esegetica disponibile in materia, lasciandone pur sempre aperta al dubbio, o al rifiuto, solamente la correttezza interpretativa nel contesto strumentale della parodia: augurandomi che fosse poi il lettore a volersene scrupolosamente sincerare in prima persona, magari dedicando alla verifica autonoma tutto l’impegno, anzi lo studio amorevole, che merita un mirabile Artista di prima luce come è doveroso saper considerare Giovanni Pascoli, e come personalmente (nelle mie conferenze e nei miei scritti) ho più volte avuto occasione di ribadire con la massima forza e convinzione.

Mi è talvolta capitato di sentirmi dire in giro, e – purtroppo – da parte di persone provviste perlomeno di un diploma di scuola superiore: “Oh Pascoli? Mi piaceva molto!…Ricordo ancora a memoria quella sua bella poesia…com’era? quella dei ‘cipressetti in duplice filar’…e naturalmente anche quella della cavallina storna…oppure l’altra che fa ‘San Lorenzo, a che tante facelle?’…Stupendo davvero! ” O, viceversa: “Che poeta melenso, lamentoso… Pascoli. Non mi è mai andato giù. Ho sempre istintivamente preferito le liriche di Leopardi…tipo il garzoncello scherzoso…o quella che dice ‘l’albero a cui tendevi la pargoletta mano…” Solo un esempio, certo dei più estremi e raggelanti, eppure in qualche modo indice di una cosiddetta “cultura residuale” , molto più clamorosamente confusa e diffusa di quanto non è dato credere possibile.  Ma, senza arrivare a tanto, né cadere tanto in basso, che sia un “adoooro!!!” o  “detesssto!” questo o quell’altro autore, anche se affermazioni fatte da chi le idee giuste e chiare in materia le possiede – occorre che si tratti sempre di entusiasmi o rifiuti espressi con precisa cognizione di causa: non si rende giustizia a nessun poeta, a nessuno scrittore in genere, se l’opinione personale che ce ne siamo fatti dipende dal fatto di avere maggiore dimestichezza soltanto con alcuni particolari aspetti della sua opera ad esclusione di altri che pur sempre le appartengono e ne sono parte integrante, anche se, per ragioni varie (programmi scolastici prestabiliti?…pigrizia mentale che ci induce a non voler andare oltre per conto nostro? Magari gusti personali preponderanti, da voler piacevolmente assecondare?…) preferiamo conservare di un certo autore un determinato nostro giudizio divenuto definitivo e inamovibile. E di quanti giudizi superficiali, quindi del tutto inadeguati, ci accontentiamo! specie nel caso di scrittori la cui opera ci sembra lì per lì  troppo complessa, o troppo diversificata, o semplicemente troppo estesa per affrontarsi con impegno nella sua interezza? per meritare più di qualche lettura condotta ‘a campione’? Uffa! Ci pensi qualche critico professionista ad occuparsene meglio e a darcene qualche notizia in più, se necessario. E che dire quando simili “professionisti” risultano essere  innumerevoli, e magari fra loro di parere anche notevolmente diverso… per cui anche quel genere di lettura ci si prospetta come una tredicesima fatica di Ercole? Si pensi alla fortuna critica di un Joyce, per esempio: quel suo “Ulisse” si sarebbe mai rivelato degno di tutto l’interesse che giustamente rivendica, e che oggi gli viene finalmente attribuito, se, a un certo punto, qualche raro studioso serio non avesse deciso di affrontarlo e commentarlo con il dovuto rigore, capitolo per capitolo, frase per frase, riga per riga, parola per parola? Si pensi ai deplorevoli primi giudizi sommari – sostanzialmente errati e in ogni caso fuorvianti – che ne avevano voluto dare non già degli sprovveduti, bensì critici del livello di un Bernard Shaw, Paul Claudel, William Butler Yeats, Virginia Woolf, ecc.: nel complesso tutti quanti troppo egocentricamente “indaffarati” per voler dedicare ad un altrui libro qualunque, per giunta così straordinariamente “difficile”, tutto il tempo e l’impegno necessari che dal lettore Joyce di fatto pretendeva.

E Pascoli? Forse che la sua opera, vasta e multiforme (fosse solo quella, ripeto, che solitamente viene fatta conoscere agli studenti!), non pretende altrettanta volontà di attenta lettura e analisi da parte di chiunque voglia renderle giustizia? Solo dopo essersi presi la briga di vagliarla in prima persona con la lente in pugno, e solo dopo avere al tempo stesso voluto verificare in quali e quante direzioni la critica più autorevole ha responsabilmente ritenuto di doverla scandagliare, solo così, credo, si potrà stabilire per quali effettive ragioni è proprio il caso di tributare non solo rispetto, ma ammirazione incondizionata, a un Poeta che tanto più può dirsi tale quanto più  problematico si rivela nella sua composita psicologia: nella sua giustamente, naturalmente sfaccettata umanità.

Non a caso, per ISTA! PISTA! SISTA! avevo voluto porre in esergo all’intero libro un pensiero provocatorio di Roland Barthes. Poiché, in qualche misura, lo si può ricondurre anche alla mia parodia di Facebook come concepita per “Interviste immagin..ose”, qui ve lo cito appena abbreviato: “Il linguaggio è il campo della maché  — pugna verborum come duello o lotta in una gara, ludismo del conflitto e della sfida. Un intero libro/dossier sarebbe da scrivere sulle competizioni verbali, specialmente dove queste rappresentano reciproche prove di forza.  Su questo terreno circoscritto del linguaggio, costruito come un campo da football, ci sono due luoghi estremi — due ‘porte’ — che non è possibile aggirare: la Stupidità da un lato, l’Illeggibile dall’altro. Sono due diamanti: inoffuscabile trasparenza della stupidità, infrangibile opacità dell’illeggibile.” Ma qui con la parola “illeggibile” si vuole, ovviamente, designare anche una qualche ”comunicazione” il cui senso alla fin fine rimanga enigmatico, “indecifrabile”, per chi la riceve. Di modo che questa seria riflessione di Barthes non rischia essa stessa di essere male interpretata e persino liquidata come una frivola, “illeggibile” boutade?  Ancora una questione di “analfabetismo funzionale”, si direbbe.

Per concludere queste osservazioni di base, desidero proporre alcuni miei versi – nello stile anch’essi in apparenza solo scanzonati; anzi, deliberatamente impoetici. Ma, per ciò stesso, forse in grado di sottolineare meglio in sintesi il vero messaggio – quello solo implicito, lì per lì magari ”illeggibile”, eppure decisivo – da doversi in definitiva attribuire sia al suddetto mio “romanzaccio”, sia al pamphlet che oggi mi si invita a presentare:

DOVE  TROVI  UNA ROSA

(Epigramma…vegetale)

“Dove trovi una rosa,

portale il mio saluto”:

così diceva bene (ohibò, chapeau!)

quel bardo esimio che fu Heinrich Heine.

Ma, ai tempi suoi… c’erano taaante aiuole!

Oggi che di giardini

in giro ce n’è pochi,

nel mio ci troverai (ehilà! che orrooore?),

scavando con la zappa e col rastrello,

soltanto una carota e due cipolle.

Che altro dirti? Mah,

conservale nel frigo…

per fartene una zuppa, o un buon brodino:

se sai come bollirle (a fuoco leeento…),

ti cureranno i mali di stagione.

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