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CHE COS’È CHE SENTO DI SANGUE E PISTACCHIO

di Lella Cusin

Il barman del negozio a fianco (di chi?) ha servito il Gin Fizz a una coppia di medio tempo, forse un po’ rococò… con relativa scimmietta.
Divampa la notte dei gatti e tu, sola, ti stringi a te stessa.
Forse per te Marsia dal sé estratto (ma per opera di Apollo, non ti è sufficiente?) nulla ha proposto?
A noi, molto, scorticati sull’altalena di un’infanzia donata (oggi la rubano, accusando questo o quello, ma solo uno il Mostro dalle mille teste, mille come la botte del nuovo millennio… vuota).
Resurgent, si sente cantare, ma la chiesa è sorda e per risorgere sodomizza un nido di formiche.
(Camaleonte all inclusing, i viaggi esotici sono diventati pompini per poveri).
Qualche donna ha dimenticato di essere accovacciata sulla sua fortuna:
fa e rifà, Penelope del sesso, infibulata nella mediocrità del buon senso
(intanto le pietre ci sono se per caso guarda l’altro da sé diviso: memorie del mai).
Il buon senso: utile fra le pareti domestiche per giochi d’azzardo nelle notti di piena,
ma fuoco d’artificio riverso sulla mente sordida del Sole (braccia di gelo).
Urlo, ancora urlo e “tu dormi alle mie grida disperate…
Il gallo canta e non ti vuoi svegliare”, poeta da strapazzo con il gallo che fa clik al digitale.
Tra i pistacchi, Bronte solitaria, c’è sangue che non scioglie la pena.
Lacrima indisciplinata dalla ciglia di cobalto…

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