— allabottega.it

di Lella Cusin

Il barman del negozio a fianco (di chi?) ha servito il Gin Fizz a una coppia di medio tempo, forse un po’ rococò… con relativa scimmietta.
Divampa la notte dei gatti e tu, sola, ti stringi a te stessa.
Forse per te Marsia dal sé estratto (ma per opera di Apollo, non ti è sufficiente?) nulla ha proposto?
A noi, molto, scorticati sull’altalena di un’infanzia donata (oggi la rubano, accusando questo o quello, ma solo uno il Mostro dalle mille teste, mille come la botte del nuovo millennio… vuota).
Resurgent, si sente cantare, ma la chiesa è sorda e per risorgere sodomizza un nido di formiche.
(Camaleonte all inclusing, i viaggi esotici sono diventati pompini per poveri).
Qualche donna ha dimenticato di essere accovacciata sulla sua fortuna:
fa e rifà, Penelope del sesso, infibulata nella mediocrità del buon senso
(intanto le pietre ci sono se per caso guarda l’altro da sé diviso: memorie del mai).
Il buon senso: utile fra le pareti domestiche per giochi d’azzardo nelle notti di piena,
ma fuoco d’artificio riverso sulla mente sordida del Sole (braccia di gelo).
Urlo, ancora urlo e “tu dormi alle mie grida disperate…
Il gallo canta e non ti vuoi svegliare”, poeta da strapazzo con il gallo che fa clik al digitale.
Tra i pistacchi, Bronte solitaria, c’è sangue che non scioglie la pena.
Lacrima indisciplinata dalla ciglia di cobalto…

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di Roberto Vittorio Di Pietro

  

Dino Buzzati nasce nel 1906 a San Pellegrino, nei pressi di Belluno, nella villa cinquecentesca di proprietà della famiglia.  I genitori risiedono stabilmente a Milano.  Il padre, professor Giulio Cesare, insegna diritto internazionale all’Università Bocconi e all’ateneo di Pavia.  La madre, Alba Mantovani, veneziana come il marito, è l’ultima discendente della famiglia dogale Badoer Partecipazio.  Dino, dopo aver frequentato il ginnasio Parini di Milano, nel 1928 si laurea in legge, mentre già lavora alle dipendenze del “Corriere della Sera” come addetto al servizio di cronaca: è quindi poco più che ventenne quando intraprende, dalla gavetta, la sua lunga e brillante carriera giornalistica, destinata ad influire non poco sulle sue scelte etiche, e in fondo anche stilistiche, di letterato eminentemente propenso — lo si rileverà da tutto quanto illustreremo — a concepire la propria attività  di scrittore come “arte per la vita”.  In questo senso,  il giornalismo fu per il nostro un tirocinio estremamente proficuo, essendo stato praticato con l’onestà intellettuale, la sensibilità e lo spirito vigile di un cronista-filosofo che intese il proprio lavoro come attenta verifica critica del quotidiano, e quindi come confronto diretto e continuo con una realtà autentica, di per sé ricca di “fantastici” spunti di riflessione sugli enigmi della psiche e del comportamento umano, con quel tanto di “mistero imponderabile” che, trascendendo di volta in volta la contingenza fenomenica della semplice attualità, si colloca nella sfera dell’atemporale e dell’universale.

Buzzati affermava: “Il giornalismo per me non è stato un secondo mestiere, ma un aspetto del mio mestiere. L’optimum del giornalismo coincide con l’optimum della letteratura.  E non vedo come la pratica del giornalismo, se si tratta di buon giornalismo, possa nuocere a uno scrittore.  Certe esperienze di cronaca, anzi, penso che siano nettamente vantaggiose agli effetti artistici.” Rara intuizione, la sua – e di fatto giustamente apprezzata all’estero (penso alla Francia soprattutto, dove la critica lo scelse come primo autore italiano al quale dedicare dei Cahiers, e dove sorse addirittura l’Association Internationale des Amis de Dino Buzzati; e penso all’interesse particolare manifestato da Albert Camus nei suoi confronti; ma ho in mente anche la Germania e i paesi anglosassoni, dove l’opera del nostro, in traduzione, fu oggetto di immediati elogi). In Italia, invece, le cose andarono piuttosto diversamente. La figura e la presenza di Buzzati nel Novecento italiano – è risaputo — furono condannate in un primo tempo all’isolamento e a un sussiegoso disinteresse. La critica letteraria italiana ebbe, addirittura, la tentazione di liquidare i suoi scritti come “curiose novellette, in bilico fra la cronaca e la favola.” Il suo apparente distacco dalla storia, dall’ideologia, dai miti della modernità, il suo rifiuto di aderire a gruppi e correnti letterarie di moda, lo avevano rinchiuso in una specie di sottordine letterario. Era uno scrittore che, di primo acchito, pochi a casa nostra presero sul serio; e non lo fu certamente per lo stesso motivo per cui Umberto Saba, subì da principio una sorte non molto dissimile: quello di non temere di usare “parole trite”, anzi di “amarle” (come, notoriamente, dichiara Saba in una sua provocatoria professione di poetica); ossia di non ricercare l’artificio verbale, bensì soprattutto un messaggio umanamente autentico, veritiero, da affidarsi con fiducia alla pagina scritta. Fino al 1965, malgrado fossero usciti numerosi interventi, soprattutto su quotidiani e riviste, i giudizi dei critici nostrani in effetti non individuarono l’importanza essenziale del messaggio di Buzzati, che con la cosiddetta bella pagina letteraria non ha nulla a che fare. Eppure già nel 1960, era uscita una sua raccolta di aforismi intitolata “Egregio signore, siamo spiacenti di…” dove l’autore informava i lettori (e i critici) che si continuava a non “capire” la sua opera, e che perciò egli sentiva l’esigenza di dire come stavano realmente le cose. Lo stesso proposito si può ravvisare in modo fin più convincente nella sua “Presentazione all’opera completa di Bosch” – testo in genere trascurato, anche se forse indispensabile per poter valutare appieno il discorso antropologico ed extraletterario di Buzzati.

Nei racconti che fra poco passeremo in rassegna, noterete (andandoveli a consultare direttamente) che Buzzati utilizza parole piane, dimesse, comunissime parole del linguaggio parlato — e non dimentichiamoci, per inciso, il suo vivo amore per il teatro e la sua notevole attività in quel settore.  Le difficoltà di lettura non sono insite nelle scelte lessicali, ma nei significati ulteriori fra le righe, quelli sì fascinosamente ambigui, che Buzzati propone alla nostra sensibilità. Vi chiedo: significati ultimi a lui ben noti razionalmente in partenza? O piuttosto domande rimaste sospese, enigmatiche anche per l’autore? Allegorie unidirezionali o simboli plurivoci? Questa è senza dubbio una verifica che ogni critico serio dovrebbe voler esperire, e alla quale oggi desidererei poter stimolare.

Dino terrà da sempre una sorta di zibaldone, in cui, a parte qualche breve lacuna fra il 1966 e il 1970, annoterà quotidianamente o quasi ogni sorta di impressioni, giudizi, motivi tematici da sviluppare – e ciò addirittura fino  a nove giorni prima della morte, sopravvenuta nel gennaio del 1972.  In questo suo diario, è interessante rilevare come i fatti di cronaca si affianchino alle considerazioni filosofiche più consone al suo temperamento speculativo, per poi trasformarsi in altrettanti spunti fondamentali per la sua attività di narratore. Vi emergono anche le passioni alle quali resterà fedele per tutta la vita:

  • l’amore per la montagna, intesa come rifugio degli spiriti contemplativi, simbolo di un luogo arcano che ha radici perse nella notte dei tempi, quando l’uomo nasceva al mondo e alla vita senza distinzione di classe e di ordini (e si noti che il suo primo testo letterario, composto all’età di soli quattordici anni, è intitolato “La Canzone delle Montagne”; seguiranno più tardi in questo stesso filone, “Barnabo delle Montagne” e “Il segreto del bosco vecchio”);
  • il disegno e la pittura, nel cui ambito Buzzati otterrà lusinghieri riconoscimenti;
  • la musica, che lo indusse a scrivere volentieri alcuni libretti operistici (ivi compreso quello per il melodramma “Il mantello” tratto dal suo racconto omonimo), musicati in buona parte dal maestro Luciano Chailly.
  • la poesia (e il Buzzati poeta è autore fra l’altro di un incisivo poema satirico intitolato “Tre colpi alla porta”, 1965, — oltre che delle “Storie Dipinte” (‘58) , del “Poema a Fumetti” (‘69); e de “I miracoli di Val Morel”, una raccolta di testi caratterizzati dalla sovrapposizione fra il disegno e una poesia squisitamente intesa come ritmo musicale.

 

Non mi soffermerò a fornirvi ulteriori dati di carattere biografico, né a fornirvi il classico elenco cronologico delle opere. Volutamente non lo farò — per due motivi: anzitutto perché oggi più che mai, simili notizie sono reperibili fin nei minimi dettagli sui siti Internet, oltre che nei testi tradizionali, in cui, per giunta, non mancano tutti i giudizi critici possibili e immaginabili dei diversi storiografi della letteratura; e secondariamente, o forse principalmente, perché mi preme, attraverso questo mio piccolo intervento mirato,  favorire un approfondimento autonomo: spingervi a superare, cioè, quel genere di pigrizia mentale che oggigiorno, in quest’era del consumismo a tutto campo,  induce sempre più a voler trovare ogni cosa già bell’e pronta, oserei direi offerta sul piatto predigerita come gli omogeneizzati al Plasmon. Mi augurerei di potervi invogliare a leggere, o a rileggere con più gusto e maggiore consapevolezza, direttamente le pagine di Buzzati per poterne ricavare delle impressioni personali, in aggiunta a quelle che potrò suggerirvi io, e al di là di ogni opinione già espressa magari da critici più o meno celebri e rispettabili – pareri di professionisti che certamente è molto opportuno conoscere e ponderare il più possibile (se non altro per evitare malaugurate interpretazioni del tutto arbitrarie…), pareri autorevoli sicuramente raccomandabili, ma non per questo sempre automaticamente degni di cieca sottoscrizione.  E’ un consiglio, questo, che non mi stancherò mai di ripetere; ma lo sottolineo tanto più volentieri in questa occasione tenendo conto anche dell’atteggiamento ribelle manifestato dallo stesso Buzzati al riguardo. Nel suo “Viaggio agli inferni del secolo” (dal titolo già abbastanza allusivo), il nostro esclamava: “I critici, si sa, una volta che hanno messo un artista in una casella, ce ne vuole a fargli cambiare parere!”  Aggiungerei: non solo gli artisti, gli individui in genere – e per questa via purtroppo, in conclusione, ognuno resta, quello che ad altri pare, o preferisce credere. I giudizi, comunque, che più lo indispettivano erano quelli che amavano segnalarlo come una sorta di emulo di Kafka, seppure di un Kafka “domesticizzato”, per citare un aggettivo che trovo usato dal Manacorda in particolare. In un suo elzeviro del marzo 1965, Buzzati dichiara con insofferenza: “Da quando ho cominciato a scrivere, Kafka è stato la mia croce!  Non c’è stato mio racconto, romanzo, commedia dove qualcuno non ravvisasse somiglianze, derivazioni, imitazioni o addirittura sfrontati plagi.  Certi critici denunciavano colpevoli analogie anche quando spedivo un telegramma o compilavo un modulo Vanoni!”  E aveva ottime ragioni per contestare questo accostamento, piuttosto semplicistico secondo me, se si pensa che le buie, insormontabili chiusure interiori tipiche di Kafka sono in effetti fondamentalmente estranee alla natura scettica sì, ma non disperata, né tanto meno solipsistica, del nostro. Negli eventi misteriosi che Buzzati registra, non c’è mai spazio per il cupo spavento; ma questo particolare lo distingue anche da Edgar Allan Poe, un altro autore al quale venne talora superficialmente paragonato: uno scrittore tipicamente estetizzante, Poe, assolutamente privo di motivazioni etiche, a differenza del nostro. Ciò che traspare dalle opere di Buzzati è, per contro, un turbamento affettuoso, un’assidua trepidazione per la fragile condizione umana che l’autore sente di condividere intimamente.

 

Diciamo di no, quindi, in omaggio ai desideri del nostro Dino – del quale, incidentalmente,  proprio lo scorso ottobre 2006, ricorreva il centenario della nascita.  Da parte nostra stasera nessuna volontà di incasellamento improprio: quello del resto, pur essendo comodo, è sempre riduttivo se non nocivo; ma nemmeno grandi pretese di ordine critico, solo alcune constatazioni sotto forma di ‘postille marginali’ che potrebbero persino giungergli gradite, se servissero a farci individuare meglio alcune particolarità del suo ‘messaggio’, rimaste, se non erro, insufficientemente evidenziate dalla critica (o magari sottintese?…) – a quanto ho modestamente potuto desumere sfogliando, per mia curiosità personale, la bibliografia più seria oggi disponibile sull’autore.

Prima di entrare nel vivo dell’argomento ed esaminare queste particolarità, ritengo tuttavia opportuno mettere a fuoco se non altro il grande leitmotiv filosofico che informa il suo indiscusso capolavoro, “Il Deserto di Tartari” (Rizzoli 1940, poi Mondatori 1945): la concezione della vita come inutile e vuota attesa di qualcosa che mai arriverà, mentre, nel vano aspettare, entusiasmi e desideri si smorzano fino a sfociare in una rassegnata accettazione della fine – rassegnata ancorché dignitosa, qualora ci si sia spiritualmente preparati a quel traguardo. Si tratta di un nucleo tematico ovunque insistentemente ripreso sotto varie angolature nei successivi romanzi come nei racconti brevi del nostro, e senz’altro presente anche nella raccolta specifica che sono qui a voler commentare – “La Boutique del Mistero” — una selezione di trentun racconti che l’autore dichiaratamente intendeva riproporre, nel 1968, come “il meglio di quanto sinora ho scritto”. Anche qui, come in tutto il resto dell’opera, emerge la volontà di indagare oltre le fuorvianti apparenze: l’assidua ricerca, nelle cose e negli uomini, di ciò che si sottrae allo sguardo e in definitiva inganna.

 

In linea generale, si può dire che ogni libro di Buzzati risulterà legato all’altro in quanto rappresentazione delle fasi di una vita umana.  Nel flusso del tempo universale, lo scrittore enuclea un brandello di storia che si dilata fino a diventare un romanzo, o talvolta anche solo un racconto.  I personaggi buzzatiani, le cui origini non sono mai definite, sono perlopiù trascinati in una trama che, in qualche modo, li avvia passo passo verso un tracollo tipicamente preceduto da una progressiva dissoluzione di quelle facoltà di discernimento che, se conservate intatte, potrebbero invece consentire una migliore qualità della vita, o, diciamo, qualche inutile angoscia in meno. Si tratta di un orientamento filosofico maturato fin dai tempi di “Barnabo” e del “Bosco Vecchio”, romanzi che già prefiguravano gli sviluppi successivi. Muovendosi idealmente dal misterioso bosco montano della fanciullezza alla “pianura vile” e desertica dell’età adulta, Buzzati, con l’occhio attento del cronista, capta dovunque una costante, purtroppo quasi fatale deformazione psichica dell’uomo che ha smarrito la purezza originaria e il senso del mistero che la caratterizzava. Constata con un certo pessimismo le diverse forme di negatività; ma al tempo stesso le contesta fiduciosamente, allargando così in positivo l’impegno etico della parola scritta. I mezzi offerti dalla letteratura (il regno della phantasia) non sono allora che strumenti di affabulazione di un’imaginatio vera che gli consente di agire creativamente sul reale con onesta obiettività, per meglio dipingere soprattutto i vari “mostri della normalità” (come li definisce il nostro, con un inquietante ossimoro), sapendo di poterli rendere più incisivamente memorabili se paradossalmente calati in situazioni tese ai limiti del surreale o addirittura del grottesco; nel caso specifico inquadrandoli in parabole allegorico-simboliche (ci soffermeremo fra poco a precisare brevemente la necessaria distinzione). Parabole spesso enigmatiche ma che, pur nella loro ambiguità, come è stato giustamente osservato “non si spingono mai tanto in là da non poter essere ricondotte ad aspetti concreti del reale”. In ogni caso – ed è questo che mi preme rilevare più di quanto non mi sembra sia stato mai fatto dalla critica – parabole perlopiù intese a presentarci tali “mostri della normalità” come vittime normalmente ignare di esserlo, normalmente in balìa di suggestioni fallaci, di ubbie e di impulsi assolutamente irrazionali che tendono ad essere vissuti come logici, reali e razionali anziché, come storture assurde e deprecabili. Così impostato, il vivere non può che tradursi in un’attesa angosciante in quanto costellata di strane paure inconsce, subliminali: timori immotivati e ingovernabili che ostacolano l’azione o la retta decisione a tempo e luogo. Ma anche, per converso, certe forme di incoscienza, di caparbia cecità che impediscono di avere saggiamente paura del pericolo e di prendere tempestivamente i provvedimenti adeguati per scongiurarlo — come avremo modo di verificare attraverso l’esame di alcuni racconti piuttosto rappresentativi.  E spesso per queste precise ragioni la vita diviene un’attesa senza sbocchi utili, risulta privata di un senso che se non sia quello di accostarsi da sprovveduti, ossia in definitiva nel peggiore dei modi, all’inevitabile evento finale. Occorre dire, al tempo stesso, che Buzzati denuncia così i vari sintomi di una diffusa malattia spirituale, ma lo fa umilmente: senza escludersi, cioè, dalla schiera dei malati, ritenendosi anch’egli colpito e condizionato in qualche misura, in quanto figlio dei suoi tempi — o forse in quanto uomo come tale, in senso lato? Sta qui una domanda di ordine metafisico dovunque sottintesa nelle pagine di Buzzati: la domanda di un uomo in ogni caso “diverso” poiché individuo anzitutto pensante nel senso eticamente più elevato del termine, ma anche sensibile o direi meglio ‘sensitivo’, capace di percepire a fior di pelle, con straordinario acume sensoriale, a differenza della media degli umani, la misteriosa problematicità del nostro mondo interiore.

 

Se c’è un altro scrittore al quale Buzzati avrebbe semmai avuto diritto di sentirsi più o meno giustamente affratellato, secondo me, è Nathaniel Hawthorne – coevo di Poe, ma a differenza di quest’ultimo, purtroppo noto in Italia quasi esclusivamente come autore della famosa “Lettera Scarlatta”, anziché come creatore di interessantissimi racconti brevi che si presentano sotto forma di parabole: narrazioni apparentemente solo fantasiose, ma in effetti intimamente legate a problematiche esistenziali concrete quanto altre mai, ricchissime indagini di ordine psicologico-morale in ogni caso oscillanti anch’esse fra allegorismo e simbolismo  Vi inviterei quindi a cercare i racconti di Hawthorne, meglio se in lingua originale per chi è in grado di leggere l’inglese, e a volerne poi confrontare l’atmosfera, e il valore dei contenuti, con quanto di più caratteristico emerge nei racconti di Buzzati.  Ma eccoci arrivati ad un punto cruciale: si tratta di allegorie o simboli?

Il richiamo etimologico è di per sé un prezioso supporto per comprenderne la differenza.  Il sostantivo simbolo è riconducibile al verbo greco ‘symballo’, cioè associo, unisco, metto insieme; ma, è fondamentale osservarlo, il risultato non è un accostamento bensì un amalgama in cui significante e significato convergono, si confondono, si identificano indissolubilmente.  Il termine allegoria indica propriamente in greco un argomentare con immagini diverse, ossia un logos (discorso, ragionamento) regolato da criteri di studiato parallelismo semantico fra un’esposizione puramente denotativa e un elaborato icastico che è ‘allo’: e non si dimentichi che, in greco, ‘allo’ vale sì diverso, ma curiosamente anche estraneo. Si può desumere quindi che nel primo caso, a differenza del secondo, l’associazione si articola in un clima di massima libertà e spontaneità in quanto essa è tutt’altro che finalizzata alla dimostrazione di una qualche tesi precostituita. L’allegoria è, in fondo, un’equivalenza aritmetica, un’espressione algebrica:  (a + b) x (a – b)  =  a2 + b2. Il simbolo per sua natura si sottrae, invece, a qualunque genere di equipollenza matematica di questo tipo. Vi rimanderei a un capitolo intero dell’ Estetica di Gyorgy Lukàcs su questo argomento, documentatissimo e affascinante.  Mi limito oggi a ricordare, in proposito, la calzante definizione di simbolo che ci offriva quel grande critico di casa nostra che fu Giacomo Debenedetti, in un suo saggio sull’arte di Pirandello: “Il simbolo è senso che emana dagli oggetti, siano persone o cose o eventi. E’ un’apparizione che non sa e non può e non vuole dire altro che se stessa, il senso di se stessa: non simboleggia che se stessa, se mi si perdona questa espressione tautologica, d’altronde inevitabile perché il simbolo stesso è una tautologia. Provatevi ad alterare i connotati di un simbolo. Lo distruggerete: potrete ottenere qualche significato della cosa che si è presentata nel linguaggio pregnante del simbolo, ma avrete perduto la totalità indivisibile, compatta, non analizzabile, del suo senso. Sarebbe come cambiare una nota in una melodia: non solo la musica non è più quella, ma esprime un’altra cosa.”  L’allegoria, per contro, è una similitudine prolungata,  un’ingegnosa metafora intellettuale o narrativa: si ottiene prendendo il significato di una cosa e decidendo o constatando che quel significato si può esprimere o raffigurare presentando un’altra cosa che ha lo stesso significato, o a cui si attribuisce lo stesso significato.  Spero risulti chiara questa sostanziale differenza.  E Buzzati?  In questa luce, dei suoi racconti che cosa si può dire?  Vorrei che foste poi voi a riflettere, giudicare e concludere di volta in volta, ad ogni lettura che si raccomanderà. E a che pro, potreste chiedervi? E’ impensabile voler sviscerare l’argomento in questa sede. Ma, per mettervi un pochino sulla giusta strada e farvi venire il desiderio di approfondire, risponderei così:  perché ben lungi dall’essere un problema squisitamente letterario, questa distinzione assume un valore etico tale da corrispondere ad una vera e propria scelta ideologica. Infatti, ridurre i giudizi sull’uomo e le sue vicende a mere equivalenze aritmetiche,  significa dimenticare che ogni singolo individuo umano, come del resto ogni aspetto del vivere e dell’interagire storico, è caratterizzato da una complessità tale da non ammettere sentenze critiche univoche, sommarie, definitive e mutilanti. In due parole: se l’allegoria traduce pur sempre un giudizio morale precostituito, il simbolo rispecchia in assoluto la sospensione di ogni giudizio – la cosiddetta epoché.

 

Ho necessariamente dovuto selezionare solo alcuni di questi racconti, a mia discrezione.  E l’ho fatto con il proposito di mettere in evidenza un filo conduttore, direi, o un “messaggio” specifico coerente e ricorrente che, riprendendo in mano questo libro a distanza di trent’anni anni circa dalla mia prima lettura, mi si è di colpo rivelato più chiaro nei suoi intendimenti etici: una sorta di ‘vademecum’ filosofico, prezioso e decisivo. Dovendone riassumere con parole povere la sostanza, e schematizzando, potrei direi che nel comporre una buona parte di questi racconti, l’autore senza dubbio medita e vorrebbe, di riflesso, farci meditare sull’importanza che determinati errori di giudizio e di comportamento assumono a scapito della migliore gestione della vita umana e delle sue risorse. Abbagli dovuti ad una diffusa drammatica incapacità di affrontare serenamente, razionalmente cose, persone, circostanze – come del resto abbiamo già accennato. Ma, a ben vedere si tratta sempre di errori per eccesso, puntualmente riconducibili a due tipi essenziali di cause contrapposte: da un lato la tendenza a sopravvalutare un pericolo perlopiù immaginario, tendenza dalla quale dipendono impedimenti interiori ingiustificati e quanto meno indesiderabili; e, dall’altro,  l’inclinazione – fin più nociva — a sottovalutare un qualche pericolo viceversa reale e concreto, bisognoso di essere preso in ben più seria considerazione. Va rilevato per inciso che l’eziologia, per così dire, qui non interessa: Buzzati non pretende di indagare sulle cause ultime; Buzzati registra il fenomeno e, inquadrandolo creativamente in drammatiche situazioni estreme, per ciò stesso tanto più coinvolgenti, stimola semmai in noi lettori l’eventuale bisogno di scoprire – ciascuno per conto proprio, di fronte alla propria natura intima e alla propria coscienza — l’origine riposta di tante forme aberranti di condotta in cui è difficile non riconoscersi in qualche misura.   E’ ovvio che sto così schematizzando una tesi che non può rendere piena giustizia alle qualità di un filosofo-artista come Buzzati, il quale si affida ad una tavolozza ricca di sottilissime sfumature di colore per poter suggerire ‘visivamente’ le sue sconcertanti intuizioni. Eppure, questo bipolarismo della sottovalutazione e della sopravvalutazione del rischio insito nelle esperienze esistenziali, ritengo sia uno schema di riferimento molto utile se ci limitiamo ad utilizzarlo come una sorta di canovaccio entro cui muoverci con buona approssimazione, riservandoci di volta in volta ogni ulteriore analisi più precisa che i singoli racconti richiedono.

 

LA SOTTOVALUTAZIONE  DEL RISCHIO

 

Da questa angolatura filosofica accostiamoci perlomeno ai tre racconti seguenti che figurano nella “Boutique”: “Eppure battono alla porta”“I Topi”; “Una cosa che comincia per “L”. Questi ci presentano un tema di fondo pressoché analogo. Buzzati è stato, fra l’altro, anche accusato dalla critica di essere ossessivamente ripetitivo nelle sue scelte tematiche. E’ abbastanza vero, se vogliamo; ma è un demerito? Oserei suggerire, con un’immagine metaforica, che un certo albero lo si può giustamente voler fotografare in varie posizioni o situazioni. E allora l’albero, pur rimanendo oggettivamente lo stesso, ci rivelerà alcune sue caratteristiche ogni volta diverse: sarà in grado di suscitare in chi lo osserva emozioni e pensieri di varia intensità su diversi piani, a seconda che ci si fermi a guardarlo di giorno, fisso come un monumento in pieno sole; o che lo si veda ondeggiare come ombra incerta fra le ombre del tramonto; o che lo si colga quando viene scosso da un’improvvisa folata di vento che preannuncia un’imminente bufera.

 

  1. Eppure battono alla porta

Atmosfera di crisi, di grave pericolo imminente; la minaccia sempre più sicura e palpabile di una catastrofe alle porte, della quale tuttavia ci si rifiuta ostinatamente di prendere coscienza per potersi assumere le proprie responsabilità e quindi correre tempestivamente ai ripari. “Tesaurizzare il tempo”: sembra una battuta irrilevante, un qualunque titolo di giornale. Da mettersi in relazione non solo con l’intero contesto del racconto, bensì con quello che prima segnalavo come tema centrale nell’opera di Buzzati: il tempo dell’esistenza che non andrebbe passivamente sprecato, eppure troppo spesso viene speso come inutile, abulica attesa di una fatalità. Qui come in altri racconti, la tendenza nociva è quella di non voler vedere, di voler nascondere ad ogni costo la testa sottoterra come gli struzzi. L’atteggiamento della protagonista, l’aristocratica padrona della bella villa gradatamente invasa dal fiume in piena, è il più incisivamente rappresentativo in proposito: un radicato istinto accecante di orgogliosa autostima, che pur potendosi configurare al lettore come una forma di psicologica autoconservazione anziché di vera e propria viltà (quel non voler capire ed accettare per un bisogno di autodifesa interiore, diremmo) di fatto, però, si traduce in clamoroso autolesionismo, e culmina in un disastro irreversibile. Ma qui risulta deleterio non solo in termini di equilibrio individuale – no: perché quanto si delinea in queste pagine, e non mi pare casuale, è il destino fallimentare di una famiglia relativamente agiata e potente, tragicamente chiusa in se stessa e compiaciuta della propria autosufficienza, insensibile alle istanze di una qualche realtà storica esterna in evoluzione. Forse ciecamente distrutta da un’esasperata, troppo fiera ‘coscienza di classe’? Alla lettura, certamente si rileverà quanti elementi strutturali, come al solito misuratamente parcellizzati da Buzzati, possono portare anche — seppure non esclusivamente, beninteso — a questo genere di supposizione.  E come non ricordare, in termini di analoga ‘atmosfera pre-rivoluzionaria’, la famosa biografia “Marie Antoinette” di Stephan Zweig? O quella che caratterizza la decadenza e prelude alla caduta dei Romanov, come splendidamente delineata da Colin Wilson nella sua indagine biografica su Rasputin? O, se queste opere letterarie non si conoscessero, anche solo il caratteristico piglio svagato e irresponsabile del personaggio di Luigi XVIII come psicologicamente raffigurato in un recente film televisivo di particolare successo, dedicato a Napoleone Bonaparte.

 

  1. I topi

Qui si noterà come la denuncia della sottovalutazione del pericolo si riaffacci puntuale, ma in un’altra prospettiva. Lì per lì, tante le analogie, volendo. A tal punto che qualcuno, ricollegandosi al racconto precedente, potrebbe azzardare: quei topi invasori, che alla fine estromettono i proprietari della casa, i quali, da incoscienti e irresponsabili si rifiutano di cautelarsi contro la loro temibile avanzata, non sono che un’altra metafora per indicare più o meno la stessa cosa. Nel primo caso il racconto si concludeva con la fuga degli sconfitti. In questo caso si conclude con il loro assoggettamento, la loro detenzione in prigionia.  E, se qualche lettore/critico di tendenze politiche reazionarie volesse malauguratamente strumentalizzare questo racconto, oggigiorno avrebbe persino la possibilità di insinuare che questi “topi”, beh, sono una sorta di sottile premonizione buzzatiana: un’allusione metaforica ante litteram all’attuale avanzata irrefrenabile degli immigrati, degli extracomunitari, dei clandestini, dei barbari invasori…

Ma qualcun altro, a buon diritto,  potrebbe altrettanto plausibilmente suggerire: non proprio — forse sono, in fondo, tutti coloro che disonestamente tramano alle nostre spalle e, approfittando della nostra buona fede, della nostra eccessiva distrazione (l’ingenuità colpevole, in fondo, è pur sempre nostra), in qualunque settore della vita ci scalzano e ci sopraffanno. Interpretando anche così il racconto, lo si trasformerebbe in una banale allegoria – inquietante sì, ma, specie nel primo esempio, a dir poco di cattivo gusto. E, soprattutto, chi così decidesse, forzerebbe la lettura in senso univoco, senza alcuna giustificazione effettiva da parte dell’autore.  Il che, invece, è sempre determinante. In realtà, contrariamente a quanto fa nel racconto precedente, Buzzati qui non fornisce alcun elemento strutturale che ci indirizzi verso una concepibile lettura per così dire anche “politica”. Qui ci autorizza in compenso a filosofare in senso più generico, ampio ed elevato.  Quanti topi, quante bestiacce immonde si insediano subdolamente nella nostra anima sotto forma di vizi del pensiero e della volontà, “mostri” che ci rifiutiamo di esaminare con razionale autocensura,  mostri che un po’ per volta diventano parte integrante della nostra personalità e quotidiana “normalità”: mostruosi difetti caratteriali con i quali in definitiva conviviamo da vittime “normalmente” rassegnate — come quella padrona di casa che, nel racconto, finisce addirittura per nutrirli come parassiti, senza via di scampo.  E l’autore, in questo racconto veramente ‘aperto’,  ci autorizza persino a sconfinare verso un’ipotesi di ordine metafisico; a chiederci: quelle creature minacciose sono poi presenze reali?  O sono i fantasmi immaginari che noi stessi alberghiamo nella nostra psiche e per opera dei quali ci trasformiamo un po’ per volta in abuliche larve senza reattività? In tal modo i fantasmi diventano veri e gli esseri viventi si rivelano fantasmi. A grandi linee, la medesima tesi del recente film di successo “The others” – ma certo non altrettanto gratuitamente strampalata, qui traducibile in un prezioso insegnamento concreto di quotidiana filosofia esistenziale.

 

  1. Una cosa che comincia per “L”

Nel mirino dell’autore ancora una volta la sottovalutazione di un rischio — che, però, in questo caso, è un pericolo non più solo concepibile, in qualche misura prevedibile, ma del tutto palese, sicuro, inequivocabile. (Lo stesso albero, ma ora osservato in piena luce, per tornare alla similitudine che avevo usato.) In questa vicenda, il lebbroso si segnala chiaramente, agita la campanella; quella campanella continua a suonare e a richiamar ripetutamente l’attenzione. La colpa del protagonista consiste in una distrazione gravemente irresponsabile.  Ed è significativo che il malcapitato non voglia ammettere questo suo errore, che si scagioni aggressivamente.  Troppo spesso tendiamo ad attribuire ad un destino avverso, al quale ci ribelliamo con la stessa irascibilità del personaggio di Buzzati, certi nostri errori che potevano essere oculatamente evitati, e che invece, persino a malanno avvenuto, ci rifiutiamo di riconoscere come tali.  Ecco allora il contagio per mancanza di precauzioni: anche solo se interpretato in senso letterale, questo racconto dovrebbe farci meditare; ad esempio, quanti rischi concreti si corrono oggi più che mai attraverso i rapporti carnali promiscui perlopiù affrontati, addirittura ricercati, con totale incoscienza.  Ma una lettura meno restrittiva (così ci ammonirebbe Buzzati) consente, deve consentire, di poter anche qui dilatare il significato di quel contagio, estendendolo alla sfera morale: di poterlo concepire come una altrettanto temibile contaminazione dello spirito attraverso il contatto diretto con individui in altro modo pericolosi: individui interiormente malsani, psichicamente inquinati, affetti da qualche brutto morbo dell’anima: persone che tuttavia non esitiamo a voler incautamente frequentare, pur avendo avuto modo di comprenderne chiaramente la natura, pur avendo sentito più volte suonare una “campanella”, una funesta campana a morto, il cui cupo rintocco preferiamo spensieratamente ignorare.

 

LA SOPRAVVALUTAZIONE DEL RISCHIO.

 

Il racconto intitolato “Il Colombre” si pone agli antipodi di quelli che abbiamo sinora esaminato, in quanto ci invita a voler riflettere su un altro errore di giudizio, nettamente contrapposto, che nella vita è sovente anch’esso causa di ingiusta infelicità: l’assurdo timore di un rischio irrazionalmente sopravvalutato.  Si tratta di uno degli scritti giustamente più celebri di Buzzati; un’opera ricca di fascinose sfumature sulle quali è un peccato mortale dover sorvolare, come sarà invece necessario fare in questa sede. Limitiamoci a coglierne il succo. Anzitutto, che cos’è un colombre? Una sorta di leggendario squalo; “tremendo e misterioso, più astuto dell’uomo, — precisa testualmente il nostro, — per motivi che nessuno saprà mai, sceglie la sua vittima, e quando l’ha scelta, la insegue per un’intera vita finché è riuscito a divorarla.  E lo strano è questo. Che nessuno riesce a scorgerlo se non la vittima stessa e le persone del suo stesso sangue.” Il protagonista, il dodicenne Stefano, degno figlio di un marinaio, è un ragazzino entusiasta della navigazione; un giorno ha la sfortuna di avvistare quello squalo all’orizzonte; viene pertanto persuaso dal padre a trovarsi un lavoro che gli garantisca sicurezza, a rinunciare per sempre e rassegnatamente alla sua passione per il mare, pena la sua stessa vita.  Morto il padre, Stefano, pur consapevole del terribile destino che lo ha segnato, non sa però resistere a lungo al richiamo del mare da un lato, e, dall’altro, al fascino del rischio che per lui quella scelta comporta; in questo stato d’animo, poco più che ventenne riprende quindi la navigazione e così prosegue, non senza perenne angoscia tuttavia, fino ad avanzatissima età.  Sentiamo le parole di Buzzati: “Vecchio e amaramente infelice perché l’intera esistenza sua era stata spesa in quella specie di pazzesca fuga attraverso i mari, per sfuggire al nemico. Ma più grande che le gioie di una vita agiata e tranquilla era stata pur sempre la tentazione dell’abisso.” Alla fine del racconto, ecco il colpo di scena: quello squalo tanto temuto e detestato, si rivela in realtà un gentile e generoso amico purtroppo incompreso: confessa candidamente al vecchio Stefano di avere inutilmente tenuto in serbo per lui un prezioso gioiello che, da anni e anni, avrebbe solo desiderato potergli consegnare.

Invitandovi a voler leggere con rinnovato interesse questo racconto, lascio a voi ogni ulteriore riflessione.  Solo una piccola osservazione:  era “una perla di grandezza spropositata”, dice l’autore; ma, in seguito, la definisce solo “un piccolo sasso rotondo”. Come mai? Che intenderebbe suggerire? Pensateci su per conto vostro.

Buzzati, con la precisione di un cronista, registra vicende singolari, ma le sue metafore, per quanto eccentriche, fantasiose, surreali, si rivelano fatte di sostanza umana e molto più vicine a noi di quanto in apparenza non sembrino. Variano situazioni e personaggi, ma ogni racconto è un momento essenziale di indagine psicologica, volta a penetrare il mistero che circonda l’uomo e la realtà concreta in cui egli si muove  – quella moderna? contemporanea? Rivalutando la cosiddetta “attualità” delle metafore di Buzzati, a certa critica è piaciuto ricorrere a questo genere di qualificazione restrittiva – ma direi si tratti piuttosto della natura umana tout court, con le debolezze e i paradossi che la caratterizzano ab aeterno, e continueranno forse sempre a contrassegnarla, immutabili in ogni tempo e in ogni luogo finché mondo sarà. Forse che un Dostojevski, ben al di là del panslavismo che notoriamente lo ispirava, non ci trascina in ogni caso verso considerazioni filosofiche e antropologiche assai più profonde, estese e di valore atemporale?

 

Sin qui abbiamo insistito sul fattore pericolo — ora non preso in sufficiente considerazione, ora assurdamente temuto. Ma questo processo psicologico di sopra/sottovalutazione del rischio Buzzati lo verifica anche in altre circostanze, in cui non si tratta più di concrete minacce esterne impropriamente interiorizzate, malamente vissute, bensì di atteggiamenti errati in un senso o nell’altro, semplicemente attribuibili ad un gusto per il falso immaginare.  Quello, in qualche modo, sinora era sempre stato presente, obietterete. Verissimo.  Ma voglio dire che in certi racconti, quel difetto caratteriale viene eminentemente valutato in sé e per sé.  Si potrebbe allora parlare dei meccanismi autonomi della “phantasia”, o dei piccoli trabocchetti delle illusioni prepotenti alle quali  tendiamo a voler indulgere. Oppure ancora di un altro elemento imponderabile, persino più inquietante. In un racconto intitolato “Se vorrei”, apparso su un numero del Corriere della Sera nel 1952, Buzzati scriveva: “Talora noi obbediamo allo stesso impulso che induce l’uomo a tentare il pericolo, a toccare un filo elettrico, a porgersi da una ringhiera aerea, a saggiare un veleno con la punta della lingua.  Il demone della perdizione cosiddetto, forse.” E chi può dire di non essere stato vittima occasionale in vita sua proprio di questo tremendo, dannato demone capace di spingerci a voler fare o dire impulsivamente cose talvolta spesso irreversibili e assolutamente imperdonabili? Delle quali risulta poi insperabile potersi credibilmente rammaricare, sinceramente pentire, scusare in lacrime, in ginocchio e a mani giunte.

Riconducibile al tema del falso immaginare e delle sue conseguenze, nel contesto della “Boutique” emerge senz’altro uno dei più famosi racconti del nostro, “Sette piani”, dove l’autore si sofferma a tratteggiarci, con mirabile inventiva, quell’ingannevole e insopprimibile bisogno umano di credersi – ad ogni età, in fondo —  pur sempre lontani dalla fatidica ora della morte:  da una fine che con un certo distacco riusciamo ad accettare vedendola toccare di volta in volta agli altri, ma che non può…non ancora, non ancora!…voler essere proprio la nostra. Queste pagine buzzatiane sono talmente note (ne è stato ricavato persino un ottimo film) che mi astengo dal riassumerne l’elaborato intreccio psicologico, magistralmente giocato fra il giallo grottesco e il tragicomico. Vi inviterei soltanto a volervele riguardare alla luce di certe particolari ‘chiavi di lettura’ che ho sin qui ritenuto di dovervi offrire. E’ una sorta di ‘operetta morale’ che risulterà tanto più pregnante, direi, per un lettore che abbia raggiunto la cosiddetta ‘terza età’ – visto che, lo ammetterete, specie in questi tempi di affannoso giovanilismo oltranzista, il sessantenne chiama volentieri “vecchio” chi di anni ne ha ormai settanta, e il settantenne chi ne ha già settantacinque, e l’ottuagenario? dirà “vecchio decrepito” chi ne ha magari solo un paio più di lui!  Finché, zac, la falce arriva impietosa: inverosimile fatalità in quanto, purtroppo, continuamente, caparbiamente, ottusamente rimossa. E qui il messaggio ultimo può essere maggiormente apprezzato se ci rifacciamo anche al tema fondamentale di tutta la narrativa buzzatiana: la vita da volersi vivere non già come una futile attesa costellata di autoinganni, bensì come percorso possibilmente costruttivo durante il quale prepararsi gradatamente, con saggia maturità, al grande evento finale. E tuttavia, come negare che questo genere di particolare ‘illusione’ – quella, ricorrente, della propria corporea immortalità – non possieda un suo fascino irresistibile e ineluttabile per ogni creatura umana? Vi pare quindi che la ‘denuncia’ dell’autore sia del tutto categorica? convinta? Quanta abilità rivela l’arte narrativa di Buzzati nel proporci metafore che da sole si sottraggono ad una decifrazione univoca, ovvero orientata in senso tipicamente allegorico!

Passiamo ora ad un altro racconto della “Boutique”, decisamente affascinante e altrettanto significativo sulla tematica essenziale del falso immaginare: “Il cane che ha visto Dio.”  La storia di un cane randagio qualunque, di per sé non meritevole di particolari attenzioni, non più di qualsiasi altro della sua specie, eppure rispettato, riverito e ben nutrito da tutta la popolazione di un paese a causa di un equivoco generale. Un falso immaginare contagioso, si direbbe. Quale equivoco? Lo scopriamo alla fine del racconto, con uno di quegli straordinari colpi di scena alla fantasia di Buzzati tanto congeniali, e per il lettore sempre accattivanti: erroneamente l’intero villaggio si è andato convincendo che la bestia raminga e affamata sia il cane di un vecchio eremita deceduto, un sant’uomo che aveva visto Dio, e il cui cane di riflesso sarebbe il muto depositario delle stesse facoltà di mistica veggenza appartenute al suo venerabile padrone defunto. Non solo: quel cane che si aggira dappertutto con occhio vigile, sembra scrutare tutti nel profondo dell’anima, per cui diviene oggetto di una sorta di amore-odio viscerale. Grazie al suo misterioso sguardo onnipresente,  ritenuto accusatore, quel comune randagio costringe tutti, volenti o nolenti, a mutare abitudini di vita: di colpo, dappertutto si smette di bestemmiare, ci si comporta onestamente, si compiono delle buone azioni altrimenti impensabili… Ma lo si vorrebbe vedere morto, quel cagnaccio! Perché, solo per causa sua, la gente non riesce più a fare i propri “porci comodi” (per usare un’espressione, esplicita, di Buzzati).  Ognuno agisce bene, ma si rammarica della propria ‘debolezza’, vuole nasconderla agli altri; tant’è vero che nessuno vuole mai farsi scoprire nell’atto di riempire la ciotola del cane per la strada. Sembra doveroso rispettarla quella misteriosa presenza; ma quel rispetto, in pubblico, va opportunamente tenuto nascosto come una mostruosa vergogna.

C’è del positivo, osserva Buzzati (ed è una battuta-chiave, poiché ricorre non a caso anche in altri racconti) – una positività nel senso che, da quel falso immaginare collettivo, in questo caso qualcosa di buono è oggettivamente scaturito.  Ma positivo fino a che punto?  E’ senza dubbio una conquista di dubbio valore in quanto non attribuibile ad una libera scelta morale, bensì ad una sciocca sopravvalutazione. Buzzati suggerisce che forse le nuove buone abitudini hanno ormai attecchito, e forse a tal punto che non sarà più possibile tornare indietro. Ma questo ce lo dice prima della sorpresa finale. E cosa succederà invece dopo la scoperta cruciale riguardo alla vera identità del cane? Un bastardo qualunque, dopotutto? Quella gente si ricrederà davvero? O magari tornerà ad essere malvagia come prima? Le ipotesi vengono lasciate aperte: il lettore mediti e decida.

 

Intorno alle strane conseguenze del falso immaginare, fa riflettere anche “Il corridoio del grande albergo”: una situazione ‘teatrale’ esilarante e sconcertante al tempo stesso, in cui, per un assurdo senso di pudore nei riguardi di un comunissimo atto fisiologico, nessuno degli ospiti dell’albergo vuol far notare all’altro di aver bisogno di urinare o defecare, e quindi di doversi per forza avvicinare ad un’unica ‘toilette’ disponibile, situata al fondo di un lungo corridoio. Ciascuno dei clienti evita di farsi vedere dall’altro, dando per scontato che l’altro immagini nello stesso modo che si tratti di un bisogno in qualche modo indecente, o quantomeno una cosa che va tenuta nascosta.  Un’allegoria? Una metafora da dover interpretare?  Decodificare? Ve lo chiederebbe, maliziosamente, forse lo stesso Buzzati.  Il quale, nel racconto che ho volutamente lasciato per ultimo in questa pur limitata rassegna, scopre finalmente le carte a questo riguardo, e ci invita apertamente a non voler immaginare quello che non c’è, poiché è proprio e soltanto il falso immaginare come tale che rappresenta il difetto ultimo, il grave difetto fondamentale sul quale alla fin fine si posa la sua lucida lente di ingrandimento.  Si tratta di un racconto molto conciso, ma  pienamente rivelatore:  “La goccia”.

Dal nulla si materializza intorno alla protagonista uno stupido ticchettio, costante e inspiegabile; il rumore persistente di una semplice goccia che cade: una bazzecola in sé e per sé, che però, ingigantita e stravolta da una mente alterata, ossessiona fino allo spasimo, toglie progressivamente la serenità ed è capace di incidere catastroficamente sulla qualità dell’esistenza.  Quella nostra breve esistenza terrena che, così facendo, abbandonandoci ad impulsi irrazionali in una direzione o nell’altra (secondo tutto quanto abbiamo sin qui rilevato dai vari racconti) noi uomini trascorriamo “con buffi salti veloci” – precise parole di Buzzati — come tanti “conigli sotto la luna”, per citare in chiusura il titolo di un altro bel racconto di questa serie: emblematico già nel titolo, se si pensa che il coniglio tradizionalmente simboleggia la pusillanimità e la luna il regno delle visioni inconsistenti. Scrive malinconicamente il nostro: “Come i conigli noi stiamo sul prato, immobili, con la stessa inquietudine che ci avvelena.  Dove è tesa la tagliola? Aspettiamo, aspettiamo.  E intanto la luna ha compiuto un lungo arco nel cielo. Nella notte, in mezzo alla campagna non siamo più che ombre, fantasmi scuri con dentro l’invisibile carico di affanni. Dove è tesa la tagliola?  Al lume favoloso della luna cantano i grilli.”

 

 

 

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di Roberto Vittorio Di Pietro

Nell’ottobre 2010 usciva, per i tipi della stessa Casa Editrice HELICON, un mio romanzo-fiume “nonsologiallo”, intitolato ISTA! PISTA! SISTA! (in riferimento alla celebre formula apotropaica latina, ideata da Catone per scongiurare pestilenze e altri malanni in genere), da me redatto intorno al 1991-92, ossia gli anni turbolenti di Tangentopoli, in cui del resto collocavo idealmente le vicende narrate nel libro. Le finalità “etiche” di quell’opera perlomeno insolita, provocatoriamente programmata come esperimento “antiletterario” – ossia, su vari piani parodistici,  in chiara ed esplicita sfida alle norme convenzionali e all’economia della cosiddetta buona scrittura – erano in sostanza queste:  far provare al lettore in diretta, sulla propria pelle, quasi come uno spruzzo di vetriolo, l’effetto corrosivo di una chiacchiera babelica onnipresente e ingovernabile, soffocante, esasperante, assai poco diversa da quella mediatica che, all’epoca, capillarmente cominciava ad accompagnarsi agli emergenti scandali di corruttela istituzionale ai margini della grave crisi  politico-economica attraversata dal Paese (chiacchiera che, da allora, non sembrerebbe forse destinata a dilagare sempre più, a dismisura?); e ciò con il proposito (utopisticamente “salvifico”? ahimè, temo di sì) di poter via via suscitare nel lettore — attraverso il pretestuoso richiamo di una trama romanzesca di per sé “intrigante”, fitta di sorprese e curiosi colpi di scena — una progressiva automatica avversione per la parola/ciancia palpabilmente ridondante di superflue precisazioni, di stucchevoli bizantinismi, di inopinate quanto inopportune digressioni, e svariati altri pleonasmi “barocchi” d’ogni genere possibile; come pure, soprattutto, di sofismi così verosimiglianti da sembrare attendibili e, per contro, di assolute verità in apparenza così inverosimili da essere ingiustamente ritenute false nel contesto; e ancora di mezze falsità e mezze verità difficilmente districabili le une dalle altre: nel complesso una sorta di spericolata avventura fra il ”gioco dell’oca” e la  “caccia al tesoro”, forse tale da spingere il lettore medesimo – a “giallo” eventualmente ultimato con una certa inevitabile (auspicabile!) stizza in corpo e col fiatone – a voler poi sviluppare, nella vita reale, una più consapevole e concreta autodifesa dai trabocchetti che comporta l’uso subdolo della parola, spesso studiatamente arzigogolata e oscura, deliberatamente propalata come coltre fumogena da qualunque casta di potenti verso coloro che si intendono confondere, fuorviare, abbindolare e in definitiva soggiogare. Di qui la struttura del libro come “giallo nel Giallo”: ossia un ipergiallo che, partendo da una semifinzione apparentemente solo romanzesca, potesse ampliarsi fino ad abbracciare il Giallo maiuscolo di una complessa, sempre più intricata realtà quotidiana straripante di “messaggi” plurimi provenienti dalle fonti più disparate: notizie incalzanti la cui assoluta veridicità non essendo tuttavia mai scontata,  dovrebbero in ogni caso, di giorno in giorno, di ora in ora, essere volenterosamente, pazientemente – per quanto faticosamente…- “decodificate” da ogni cittadino moralmente responsabile, a necessaria tutela della propria incolumità forse anche fisica, oltre che spirituale.

Ho ritenuto di dover fare questa premessa poiché “Interviste immagin…ose” di fatto si riallaccia alle motivazioni del mio ‘romanzaccio’ precedente. In questo caso si tratta ancora di una parodia  macroscopicamente iperbolica, del resto secondo i basilari requisiti di ogni ludus satirico; non altrettanto smisuratamente articolata visto il diverso particolare obiettivo da colpire, ma nei suoi propositi “etici”di fondo sostanzialmente paragonabile. Sicuramente, qui ancora una volta nel mirino compare il deplorevole bisogno compulsivo di una “chiacchiera” superflua e indiscriminata, ma circoscritto all’uso improprio, in svariati sensi purtroppo “culturalmente” nefasto, che dei cosiddetti “social network” (Facebook, Twitter, ecc.) viene fatto a flusso continuo da parte di legioni  di “aficionados” – o direi, specie nel clima sociopolitico attuale, perlopiù “indignados”- ansiosi di potersi liberamente abbandonare ad invettive, accuse e denunce troppo spesso estemporanee, irrazionalmente abborracciate intorno ad occasionali spunti di cronaca di qualsiasi provenienza mediatica, sui quali, a giudicare dalla qualità e dal tono dei “messaggi”, sembra evidente che non si sia nemmeno avuto il tempo di riflettere, riflettere sul serio, prima di spalancare avventatamente le fauci. Troppo spesso, come in una battaglia navale fine a se stessa,  si registrano vicendevoli bordate di pure ciance, vuotaggini senza costrutto, scemenze frammiste a inutili parolacce sparate come fetidi petardi a Carnevale: azioni e reazioni, attacchi e contrattacchi non di rado eccessivi o del tutto ingiustificati, come dettati da improvvisi scatti umorali  sotto forma di “sfoghi” biliosi incontenibili e soprattutto compiaciuti; il che, comprensibilmente, di per sé non può non ostacolare una normale coerenza di pensiero, di opinioni e di conseguente corretta veicolazione verbale. Quando non è causa di spiacevoli fraintendimenti, che a loro volta innescano ulteriori equivoci attraverso frettolose “smentite” (il recente “caso Bolle” su Twitter serva d’esempio concreto), il bisogno di intervenire su ogni argomento a spron battuto contribuisce a mettere in mostra anche una sottostante, davvero impressionante, diffusa carenza dei più elementari rudimenti di scolarizzazione. Si considerino per di più alcuni sporadici interventi/commenti da parte di persone straniere, la cui lingua madre percepibilmente non è nemmeno l’italiano, e l’affresco complessivo, obiettivamente piuttosto sconcertante anziché solo “buffo” – e, in fondo, sotto il profilo “culturale” non meno deprimente di certi cosiddetti ”reality shows” televisivi oggigiorno di moda – è sotto gli occhi di mezzo mondo telematicamente globalizzato.  Si dirà: perlomeno, a differenza di quanto avviene alla televisione, qui ogni comune cittadino può finalmente rivendicare una assoluta, autentica “libertà” di espressione, in nessuna misura guidata, controllata e condizionata, tendenziosamente irreggimentata dall’alto.  Ma certamente! Non ci sono dubbi in proposito. Al solo patto, però, che di questa maggiore libertà così conquistata si sappia effettivamente fare un uso che si dimostri qualitativamente diverso e davvero migliore. E tale miglior uso comporta la volontà di ponderare, soprattutto, con adeguata disciplina mentale e morale i propri giudizi sul prossimo in genere, su tutto quanto il mondo, sull’universo intero, moderando almeno un poco la propria (diffusa) convinzione di poter pontificare a ruota libera sui massimi come sui minimi sistemi, in quanto ormai detentori di una Verità maiuscola in ogni caso. Di qui anche la voglia “egocentrica” di abbandonarsi a rimostranze, contestazioni o accuse a ben vedere inevitabilmente gratuite in quanto rivolte ad interlocutori forse mai nemmeno incontrati al di fuori di quegli scambi virtuali o, nel migliore dei casi, solo superficialmente conosciuti in qualche fuggevole occasione; persone della cui precisa esperienza di vita vissuta e della cui particolare natura intima poco o nulla realmente si sa, ma nondimeno tutto si dà per scontato in rapporto alla propria (indubbia) capacità di corretta immaginazione/interpretazione: limitandosi, cioè, a voler purtroppo giudicare e liquidare ogni incognita dell’altrui verità umana riconducendola con deplorevole semplicismo – e, non di rado,  con smaccata supponenza e sicumera – alla misura della propria individualità, di qualunque specie essa sia.

Per fortuna, il mondo dei social network non è solo fatto di vuota parola-chiacchiera. Il giusto senso della responsabilità delle proprie opinioni esiste, meno male; e andrebbe però continuamente salvaguardato con autonomia di coscienza da parte degli utenti stessi, senza che nessuno si premuri di ricordarlo, né tanto meno imporlo, con predicozzi moralistici. L’essenziale è che, interrogandosi con coscienza per l’appunto — frenando all’occorrenza quel certo (ahimè “contagioso”) bisogno (ah, sempre impellente) di voler comunque dire la propria “a caldo”, non appena una mosca vola per diritto o traverso —  ciascuno sappia magari farne la buona regola in ogni circostanza, piuttosto che una scelta lodevole ma pur sempre eccezionale, più o meno elastica a seconda dell’umore di giornata.

Ma perché – mi si chiederà a questo punto – aver scelto di “dare in pasto”  a certi intemperanti navigatori del Web proprio lui, Giovanni Pascoli? Confesso anzitutto che, sulle prime, lo stimolo mi è derivato dalla scoperta fortuita che su Facebook attualmente esiste davvero un “utente” omonimo: un uomo piuttosto giovane a giudicare dalla fotografia con cui ha scelto di presentarsi ai suoi “amici” interessati al colloquio, al confronto, al cosiddetto “scambio di opinioni”.  Il che mi ha suggerito questa domanda: “A distanza di un secolo durante il quale è fulmineamente sopravvenuta un’inopinata evoluzione tecnologica che, forse più di ogni altra rivoluzione precedente, specie per le giovani o giovanissime generazioni ha comportato e continua a determinare una svolta ‘filosofica’ radicale nel modo di concepire i ‘valori esistenziali’ in genere, in che misura residuale può essere oggigiorno davvero compresa, assimilata e apprezzata, non solo l’opera (del resto molto meno ”lineare”di quanto nelle scuole si sia schematicamente voluto lasciar supporre), ma la stessa particolare forma mentis di un eccelso, venerabile Maestro di autentica “poesia per la vita”, quale giustamente aspirava ad essere – e, nonostante tutto, indubbiamente rimane – il grande romagnolo Giovanni Placido Agostino Pascoli?” E quindi: “Che genere di ‘accoglienza’ potrebbe riservarsi oggi come oggi ad un personaggio della sua statura artistica e spirituale se, sventuratamente, nel 2012, si affacciasse all’orizzonte come timoniere di un antico veliero fantasma di colpo proiettato fra le gigantesche ondate anomale, una volta inimmaginabili, che gli spericolati surfisti del Web follemente si compiacciono di cavalcare? A quali immediate obiezioni/contestazioni dovute a chissà quanti assurdi fraintendimenti, a quante bizzarre interpretazioni equivoche, distorte e contorte, non rischierebbero di esporsi tanti aspetti della sua singolare Sensibilità di uomo e di poeta, così sostanzialmente estranea, addirittura opposta a quel modello di sfrenata, strafottente, cinguettante faciloneria o di buonismo ipocrita che ai tempi d’oggi prevale e, ciò che è forse peggio, viene ormai additato come il solo giusto, logicamente accettabile e saggiamente perseguibile da chiunque abbia ’sale in zucca’ e non voglia farsi scambiare per un povero visionario fuori dal mondo?  Forse che la mitezza e connaturale ritrosia di un Pascoli-Fanciullino oggigiorno non susciterebbero, purtroppo, quantomeno divertito stupore nella maggior parte di noi Tecnologi/Tecnicisti/Tecnocrati del ventunesimo secolo, convinti possessori di un miglior sapere progredito e di sofisticati strumenti multimediali teoricamente atti a garantire una continua, rapida, immediata comunicazione interpersonale?  e decisamente fieri di esserlo? Scioccamente fieri in quanto, di fatto, troppo spesso impediti nella capacità di  comprensione autentica delle varie comunicazioni ricevute (e nella possibilità di conseguente efficace comunicazione reciproca) a causa di un fenomeno oggi sempre più diffuso e preoccupante, a quanto segnalatoci da recenti indagini di fenomenologia culturale: quello del cosiddetto analfabetismo funzionale. In altri termini: il significato effettivo di ciò che si legge si fa difficoltà a comprenderlo nel modo in cui andrebbe correttamente recepito, interpretato e assimilato: ossia, nel migliore dei casi si è in grado di capire le singole parole, le semplici frasi, le proposizioni, ma si tende a non saper afferrare il vero senso ultimo da dover attribuire ai contenuti di un testo nella sua integralità, specie se concettualmente composito, ad orientamento eminentemente connotativo. Quindi, in un nuovo clima culturale oggi così strutturato, in cui, spesso (almeno a quanto ci viene garantito dagli esperti “sondaggisti”…) nemmeno l’elemento semplicemente denotativo risulta più aperto ad una corretta lettura, sventurato lui, Giovanni Placido Agostino Pascoli, se fra noi – non saputi accademici, ma comuni “fruitori di massa” — venisse a riproporsi con la sua ambiziosa poesia simbolista, tutt’altro che lineare al di là di certe ingannevoli apparenze, perlopiù solo superficialmente “facile”, intessuta com’è di sottili metafore e allusioni occulte, di insospettabili geometrie pluridirezionali affidate ad un fonosimbolismo di raffinatissima fattura! Quale muto sgomento, credo, sarebbe prevedibile da parte sua! come per quella terribile sensazione di radicale ‘inappartenenza’ che si suppone potrebbe provare un cadavere ibernato risvegliatosi su un nuovo pianeta Terra, divenuto irriconoscibile solamente cent’anni dopo.  In effetti, direi che ciò che in ultima analisi caratterizza la mia iperbolica parodia dei “social network” come ho inteso concepirla, sia soprattutto il tentativo di illustrare satiricamente alcuni malaugurati, sconfortanti, risibili o addirittura folli esiti pratici di quel sopravvenuto analfabetismo funzionale di cui dicevo.

Fin dalla mia adolescenza ho apprezzato, anzi oserei dire visceralmente amato il Pascoli. Credo che già allora di lui mi colpisse, e intimamente mi commuovesse, una singolare facoltà/volontà dell’umano sentire: del sapere e  voler cogliere (‘vedere e udire, altro non deve il poeta’, per usare una sua espressione) ogni ‘misteriosa’ voce, così nel proprio intimo, così nella natura delle piccole cose terrestri come nel vasto firmamento stellato, con animo indagatore vigile, aperto al dolore come alle semplici gioie del vivere quotidiano, lucido ma in ogni caso come ferito da una visionaria nostalgia di fondo: quasi trafitto dalla sicura presenza di una superiore harmonia mundi  (e perché doverla credere un’illusione? un sogno impossibile?…) ovunque percepibile nell’aria e nelle cose, e tuttavia sempre sfuggente, per umano destino tragicamente inafferrabile su questo nostro ‘atomo opaco del male’. Una rara forma di drammatica interiorità, direi; e, perciò,  tutt’altro che inquadrabile, né tanto meno liquidabile, secondo i ben noti cliché ai quali, a scuola, si era in genere indotti a voler troppo semplicisticamente ricondurre la figura di questo poeta ‘fanciullino’ – chiaramente a scapito di una autentica comprensione, se non della sua arte (ma anch’essa, salvo in determinati ambienti accademici, a mio parere troppo sommariamente analizzata), della sua spiritualità a dir poco composita.   In questo pamphlet, lo si constaterà, con quel provocatorio, ingannevolmente solo giocoso, “kikkabau, kikkabau” che costituisce (fin dalla copertina del libro) un rinvio esplicito  a “La civetta” (il secondo dei due importanti conviviali intitolati “Poemi di Psyche” e dal Pascoli fra loro non a caso accostati ma idealmente contrapposti – ma quanti cosiddetti ”ammiratori” del grande Giovanni Pascoli davvero li hanno letti? O davvero li hanno capiti?) ho cercato di stimolare la migliore curiosità del lettore orientandola verso una tematica speculativa a mio giudizio di peso fondamentale nella pur variegata vena poetico-filosofica pascoliana. Ebbene, si tratta di una profonda intima lacerazione spirituale dovuta a sue ricorrenti meditazioni di ordine squisitamente religioso-metafisico sul mistero dell’aldilà: un preciso dilemma inerente alle  alternative sorti future dell’anima individuale dopo il trapasso, come tale sicuramente individuato in nuce da saggisti competenti (penso a Rinaldo Froldi, in particolare), ma alle conseguenze profondamente ansiogene del quale, perlomeno secondo quanto mi è stato possibile appurare, la critica non ha forse ritenuto di dover concedere spazio di maggiore approfondimento (forse riallacciando questo specifico nucleo tematico al più noto orientamento speculativo pascoliano solitamente definito ”cosmico”?… di cui non costituirebbe pertanto che un’implicita propaggine secondaria, di interesse relativamente scarso?) Per comprenderne la portata credo che occorra scinderlo in due diversi quesiti, di cui, per il Pascoli, il secondo è senza dubbio quello decisivo. Anzitutto: “Sarà più attendibile la versione filosofica di stampo ‘pagano’ (ma non solo) secondo cui, dopo la morte fisica, l’anima individuale sarebbe destinata a dissolversi nello spazio, scomparire e confondersi quindi  con l’universale Anima Mundi? O magari la versione platonico-cristiana che garantirebbe la sopravvivenza dell’anima individuale come distinta entità spirituale nell’oltretomba?”  E, secondo quesito, determinante: “Ma quale delle due versioni io, Giovanni Pascoli, davvero credo sia di per sé più rassicurante e desiderabile in definitiva? Per il mio equilibrio interiore, per il mio attuale benessere psicologico, ah quanto vorrei potermi decidere una volta per tutte! Quanta angoscia, quanta sofferenza indicibile mi costa non dico sapere, ma nemmeno volere, optare rassegnatamente  per una meta ultraterrena piuttosto che per l’altra!”

Ecco perché, fra i vari spunti di dialogo che ho fornito ai personaggi che si sbizzarriscono fra loro in questo mio libretto (e ancor più nell’appendice antologica), ho scelto di dare ampio spazio  all’ossessiva tematica pascoliana della morte onnipresente e dell’insondabile aldilà.  D’altra parte, come già per ISTA! PISTA! SISTA!, ho spesso fatto in modo di far sembrare solo parzialmente veri, o del tutto campati in aria, alcuni dati di fatto forse meno noti ma non propriamente estranei né alla poesia, né alla biografia del nostro, né alla vasta opera esegetica disponibile in materia, lasciandone pur sempre aperta al dubbio, o al rifiuto, solamente la correttezza interpretativa nel contesto strumentale della parodia: augurandomi che fosse poi il lettore a volersene scrupolosamente sincerare in prima persona, magari dedicando alla verifica autonoma tutto l’impegno, anzi lo studio amorevole, che merita un mirabile Artista di prima luce come è doveroso saper considerare Giovanni Pascoli, e come personalmente (nelle mie conferenze e nei miei scritti) ho più volte avuto occasione di ribadire con la massima forza e convinzione.

Mi è talvolta capitato di sentirmi dire in giro, e – purtroppo – da parte di persone provviste perlomeno di un diploma di scuola superiore: “Oh Pascoli? Mi piaceva molto!…Ricordo ancora a memoria quella sua bella poesia…com’era? quella dei ‘cipressetti in duplice filar’…e naturalmente anche quella della cavallina storna…oppure l’altra che fa ‘San Lorenzo, a che tante facelle?’…Stupendo davvero! ” O, viceversa: “Che poeta melenso, lamentoso… Pascoli. Non mi è mai andato giù. Ho sempre istintivamente preferito le liriche di Leopardi…tipo il garzoncello scherzoso…o quella che dice ‘l’albero a cui tendevi la pargoletta mano…” Solo un esempio, certo dei più estremi e raggelanti, eppure in qualche modo indice di una cosiddetta “cultura residuale” , molto più clamorosamente confusa e diffusa di quanto non è dato credere possibile.  Ma, senza arrivare a tanto, né cadere tanto in basso, che sia un “adoooro!!!” o  “detesssto!” questo o quell’altro autore, anche se affermazioni fatte da chi le idee giuste e chiare in materia le possiede – occorre che si tratti sempre di entusiasmi o rifiuti espressi con precisa cognizione di causa: non si rende giustizia a nessun poeta, a nessuno scrittore in genere, se l’opinione personale che ce ne siamo fatti dipende dal fatto di avere maggiore dimestichezza soltanto con alcuni particolari aspetti della sua opera ad esclusione di altri che pur sempre le appartengono e ne sono parte integrante, anche se, per ragioni varie (programmi scolastici prestabiliti?…pigrizia mentale che ci induce a non voler andare oltre per conto nostro? Magari gusti personali preponderanti, da voler piacevolmente assecondare?…) preferiamo conservare di un certo autore un determinato nostro giudizio divenuto definitivo e inamovibile. E di quanti giudizi superficiali, quindi del tutto inadeguati, ci accontentiamo! specie nel caso di scrittori la cui opera ci sembra lì per lì  troppo complessa, o troppo diversificata, o semplicemente troppo estesa per affrontarsi con impegno nella sua interezza? per meritare più di qualche lettura condotta ‘a campione’? Uffa! Ci pensi qualche critico professionista ad occuparsene meglio e a darcene qualche notizia in più, se necessario. E che dire quando simili “professionisti” risultano essere  innumerevoli, e magari fra loro di parere anche notevolmente diverso… per cui anche quel genere di lettura ci si prospetta come una tredicesima fatica di Ercole? Si pensi alla fortuna critica di un Joyce, per esempio: quel suo “Ulisse” si sarebbe mai rivelato degno di tutto l’interesse che giustamente rivendica, e che oggi gli viene finalmente attribuito, se, a un certo punto, qualche raro studioso serio non avesse deciso di affrontarlo e commentarlo con il dovuto rigore, capitolo per capitolo, frase per frase, riga per riga, parola per parola? Si pensi ai deplorevoli primi giudizi sommari – sostanzialmente errati e in ogni caso fuorvianti – che ne avevano voluto dare non già degli sprovveduti, bensì critici del livello di un Bernard Shaw, Paul Claudel, William Butler Yeats, Virginia Woolf, ecc.: nel complesso tutti quanti troppo egocentricamente “indaffarati” per voler dedicare ad un altrui libro qualunque, per giunta così straordinariamente “difficile”, tutto il tempo e l’impegno necessari che dal lettore Joyce di fatto pretendeva.

E Pascoli? Forse che la sua opera, vasta e multiforme (fosse solo quella, ripeto, che solitamente viene fatta conoscere agli studenti!), non pretende altrettanta volontà di attenta lettura e analisi da parte di chiunque voglia renderle giustizia? Solo dopo essersi presi la briga di vagliarla in prima persona con la lente in pugno, e solo dopo avere al tempo stesso voluto verificare in quali e quante direzioni la critica più autorevole ha responsabilmente ritenuto di doverla scandagliare, solo così, credo, si potrà stabilire per quali effettive ragioni è proprio il caso di tributare non solo rispetto, ma ammirazione incondizionata, a un Poeta che tanto più può dirsi tale quanto più  problematico si rivela nella sua composita psicologia: nella sua giustamente, naturalmente sfaccettata umanità.

Non a caso, per ISTA! PISTA! SISTA! avevo voluto porre in esergo all’intero libro un pensiero provocatorio di Roland Barthes. Poiché, in qualche misura, lo si può ricondurre anche alla mia parodia di Facebook come concepita per “Interviste immagin..ose”, qui ve lo cito appena abbreviato: “Il linguaggio è il campo della maché  — pugna verborum come duello o lotta in una gara, ludismo del conflitto e della sfida. Un intero libro/dossier sarebbe da scrivere sulle competizioni verbali, specialmente dove queste rappresentano reciproche prove di forza.  Su questo terreno circoscritto del linguaggio, costruito come un campo da football, ci sono due luoghi estremi — due ‘porte’ — che non è possibile aggirare: la Stupidità da un lato, l’Illeggibile dall’altro. Sono due diamanti: inoffuscabile trasparenza della stupidità, infrangibile opacità dell’illeggibile.” Ma qui con la parola “illeggibile” si vuole, ovviamente, designare anche una qualche ”comunicazione” il cui senso alla fin fine rimanga enigmatico, “indecifrabile”, per chi la riceve. Di modo che questa seria riflessione di Barthes non rischia essa stessa di essere male interpretata e persino liquidata come una frivola, “illeggibile” boutade?  Ancora una questione di “analfabetismo funzionale”, si direbbe.

Per concludere queste osservazioni di base, desidero proporre alcuni miei versi – nello stile anch’essi in apparenza solo scanzonati; anzi, deliberatamente impoetici. Ma, per ciò stesso, forse in grado di sottolineare meglio in sintesi il vero messaggio – quello solo implicito, lì per lì magari ”illeggibile”, eppure decisivo – da doversi in definitiva attribuire sia al suddetto mio “romanzaccio”, sia al pamphlet che oggi mi si invita a presentare:

DOVE  TROVI  UNA ROSA

(Epigramma…vegetale)

“Dove trovi una rosa,

portale il mio saluto”:

così diceva bene (ohibò, chapeau!)

quel bardo esimio che fu Heinrich Heine.

Ma, ai tempi suoi… c’erano taaante aiuole!

Oggi che di giardini

in giro ce n’è pochi,

nel mio ci troverai (ehilà! che orrooore?),

scavando con la zappa e col rastrello,

soltanto una carota e due cipolle.

Che altro dirti? Mah,

conservale nel frigo…

per fartene una zuppa, o un buon brodino:

se sai come bollirle (a fuoco leeento…),

ti cureranno i mali di stagione.

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